Uber: domande spinose sulla cultura dell’innovazione in Europa

Sull’onda del post di qualche giorno fa mutuato da World Streets che invitava ad inviare riflessioni e considerazioni sul “fenomeno Uber” che sta dilagando ormai in un po’ tutto il mondo, pubblichiamo oggi questo articolo di origine francese. La mia personalissima sensazione è che questo genere di considerazioni siano viziate da una visione parziale, mutilata, del contesto economico e sociale nel quale vengono calate innovazioni potenzialmente benefiche per cui spesso si riducono – come trasuda anche da molti punti evidenziati dall’autore delle righe che seguono – a contrapporre un settore privato “buono e innovatore” a un settore pubblico “conservatore e cattivo”. In realtà le cose sono un pochino più complesse, ma si tratta di un discorso che richiederebbe molto più spazio di quello di poche righe introduttive a un articolo…france paris uber taxi strike

Ghislain Delabie, senior partner Techneo Consulting, Paris
La compagnia di ridesharing Uber, fondata nel 2009 a San Francisco, ha annunciato per la seconda volta quest’anno di aver raccolto un altro miliardo di dollari di finanziamenti. L’azienda, che offre delle app che permettono di connettere i potenziali clienti agli automobilisti, sta ormai per sorpassare il record detenuto da Facebook con 2.7 miliardi di finanziamenti e una valutazione di mercato che si aggira sui 40 miliardi di dollari.

Eppure la fama di Uber presso il pubblico è più legata alla “guerra” che ha dichiarato ai taxi e a tutti i nemici della “mobilità libera”: sia pubblici, come governi locali e nazionali e le regolamentazioni che impongono al settore, sia privati, come altri servizi di noleggio autovetture (in Francia VTC ha recentemente aperto una causa contro Uber).Se ci sarà un vincitore uscente dalle conseguenze di questi imponenti finanziamenti, questo sarà certamente l’uffcio legale – profumatamente pagato – sul quale l’azienda si appoggia in quasi tutti i paesi dove si stabilisce per fronteggiare i ricorsi e i procedimenti legali intentati dalla concorrenza.

Guerra contro tutti come strategia di mercato.

Uber ha fatto della guerra contro tutti la sua strategia di mercato. A quelli che si uniscono contro di essa per preservare lo status quo, Uber oppone il suo incredibile successo fatto di clienti entusiasti in tutto il mondo. Uber ha scommesso sul fatto che molti governi e agenzie di controllo dovrebbero modificare le loro posizioni per vincere la “battaglia delle opinioni”.

Per questo Uber è diventata una bersaglio per chiunque, un moderno capro espiatorio per tutti coloro che si trovano bene nello status quo. Quest’idea è talmente condivisa che mi rende sospettoso. Sì, esiste un “problema Uber” per governi locali, concorrenti e agenzie di controllo. Ma Uber mantiene molte delle promesse dell’economia collaborativa e di un nuovo paradigma di trasporto. Se dovesse fallire potremmo pentirci delle opportunità perdute.

Scopo di questo articolo è quello di condividere alcune prospettive equilibrate anche se, lasciate che vi avvisi, in qualche modo legate al mio punto di vista sull’argomento.

Uber: un investimento equivalente a 400 km di autostrada.

Alcuni giustamente si chiedono se Uber non possa essere il sintomo di una nuova bolla hi-tech pronta a scoppiare nella Silicon Valley. Effettivamente 2.7 miliardi di dollari sono una somma enorme per una “start up”. Ma Uber opera nel campo dei trasporti dove investimenti enormi in infrastrutture fisiche sono la regola.

In Francia, per esempio, il costo di un chilometro di autostrada si aggira intorno ai 6.2 milioni di euro. Se osserviamo la cosa da questo punto di vista, i soldi raccolti da Uber finora equivalgono al costo di circa 400 km di autostrada. Nemmeno sufficienti per coprire la distanza tra Parigi e Lione! Eppure Uber sta attualmente offrendo una innovativa soluzione di trasporto in 250 città in 50 nazioni a parecchi milioni di clienti. E sta progettando di allargare ancora il servizio!

Più che proporre innovative soluzioni tecnologiche, Uber sta sviluppando nuovi modelli aziendali, sviluppando nuovi servizi, costruendo reti collaborative con altri partner e con i clienti, e più specificamente sta lottando contro le legislazioni restrittive per le sue attività in quasi tutte le città e nazioni dove si insedia. Tutto questo richiede molti soldi. Tutto questo, se avrà successo, garantirà prosperità finanziaria.

Parecchi investitori, tra i più prestigiosi nella Silicon Valley, lo hanno capito. Aggiungete a questo un eccesso di liquidità e la convinzione che il principio del “chi vince si prende tutto” verrà ancora una volta applicato a un enorme mercato e potete facilmente immaginare perchè Uber è attualmente valutata 40 miliardi di dollari.

Ma bisogna anche capire che Uber punta a molto più di tutto questo: obiettivo dell’azienda non è solo la conquista dei mercati in 250 città europee e nordamericane, non solo la conquista delle promettenti piazze asiatiche. Uber vuole fare per il trasporto urbano quello che le autostrade hanno fatto tempo fa per gli spostamenti sulle lunghe distanze.

Uber cerca di rendere la condivisione dei veicoli una soluzione più allettante alla proprietà privata dell’automobile, nello stesso modo nel quale le autostrade alleggerirono di traffico le strade locali che attraversavano i centri cittadini.

Questa è a suo modo una visione “utopica”, un nuovo mondo coraggioso di servizi per la mobilità, una grande visione per i nostri tempi. È una visione condivisa da sempre più persone, e Uber è tra i pochi attori che oggi sembrano in grado di realizzarla.

“Troppo grande per fallire”?

In Francia ed Europa il “tiro a Google” è diventato di moda anche se per il momento sembra rimanere più un pio desiderio di alcuni settori istituzionali. Uber non solo vede la presenza tra i suoi azionisti di Google Ventures, ma ne condivide anche la stessa cultura tecnologica, così comune ed apprezzata nella Silicon Valley: cercare di raggiungere quello che sembra impossibile e dato che il mondo che cerchi di conquistare potrebbe non condividere pienamente i tuoi propositi, sporcarsi le mani per cambiarlo.

Uber è un perfetto capro espiatorio non solo in Europa ma anche negli Stati Uniti. Se ci aggiungiamo un tocco di arroganza, di marketing aggressivo e un approccio vendicativo ai negoziati, non sorprende che Uber fronteggia una tale eterogenea alleanza di critici, dagli “amici” del consumo collaborativo (per essere troppo capitalista) ai suoi “nemici” (i difensori dello statuso quo, tra cui in prima fila il settore dei tassisti).

Eppure Uber sembra nutrirsi e rinforzarsi di qualunque opposizione incontri. In primo luogo perchè il mercato dei trasporti è talmente regolato e chiuso da essere fonte di enormi frustrazioni per utilizzatori e potenziali clienti.

In secondo luogo leggi e regole ereditate da un’altra epoca di solito cospirano nell’impedire ad iniziative economiche locali (specialmente in Francia) di sviluppare (e finanziare!) soluzioni innovative. Conosco moltissimi imprenditori francesi che hanno sognato per anni di poter fare quello che Uber sta facendo oggi, ma che hanno dovuto arrendersi a causa di un contesto sfavorevole.

Uber oggi ha i mezzi e la volontà di “combattere la sua guerra” contro il conservatorismo dell’establishment. Dato che nessun altra realtà europea può permettersi di competere con Uber nel campo dei servizi più innovativi per timore di ripercussioni legali, politiche e perfino fisiche (i taxisti parigini hanno danneggiato le automobili Uber durante uno sciopero), possono accrescere il loro bacino di clienti molto velocemente rendendoli dei convinti sostenitori del servizio che offre. Come conseguenza di questo anche altre realtà di “veicoli a noleggio” hanno denunciato Uber per concorrenza sleale, dato che non osserva pienamente le attuali, antiquate regole.

Uber viene quasi sempre descritta come qualcosa di truffaldino o, al contrario, come la soluzione per i mali della mobilità urbana. Non è nè l’uno nè l’altro. Infatti se Uber dovesse abbandonare i suoi servizi più rivoluzionari (UberPOP nel quale l’autista è un non professionista, UberPOOL per condividere uno spostamento e i suoi costi) subiremmo tutti una grande perdita. Avremo perso una grande opportunità di allontanarci da un sistema basato sulla proprietà privata di un’automobile, una volta un sogno collettivo ma oggi simbolo del fallimento della mobilità urbana (costi, inquinamento, congestione), per avvicinarci a un nuovo tipo di mobilità urbana.

Cercare di impedire innovazioni profonde solo perchè richiedono cambiamenti radicali significa fallire nel tentativo di rendere il sistema più sostenibile, più efficiente e più conveniente. Se Uber, così grande e potente, dovesse fallire, chi altri oserà sfidare un sistema antiquato e ormai sedimentato? Uber è diventato un simbolo talmente importante che non può fallire. Se questo dovesse succedere gran parte della sharing economy nei trasporti (ma non solo) ne soffrirebbe: il car sharing p2p, il carsharing “tradizionale” e perfino le forme più avanzate di carpooling e la loro integrazione con il trasporto pubblico.

È così che, sfortunatamente, stanno le cose oggi. Le imprese più innovatrici d’Europa oggi devono riporre le loro speranze in un gigante d’oltreoceano, abbastanza potente per aprire la strada che ci guidi fuori dal vicolo cieco odierno. Ma se lo facesse, domani sarà l’unico controllore del sistema che avrà creato? Anche questo è un pensiero più che inquietante.

Il Google della mobilità?

Si potrebbe mettere in discussione la legittimità dei mezzi utilizzati da Uber che ovunque lanci il suo servizio lo fa illegalmente o quanto meno senza osservare completamente tutti i requisiti richiesti dalla legge. Gli alfieri del legalismo sostengono che si tratta di un metodo inaccettabile che mina alle basi la nostra cultura legalitaria.

Ma Uber porta con sè un’altra innovazione: un modo di procedere nel quale si lanciano servizi innovativi mettendo in conto continue interruzioni e autorizzazioni a riprendere da parte delle autorità locali o giudiziarie prima di negoziare una ridefinizione degli standard per raggiungere un nuovo equilibrio di mercato dove diversi attori, vecchi e nuovi, devono rispettare regole eque. Questo è quello che è successo in California, per esempio.

Comunque questa non è la nostra cultura in Europa, almeno non nella maggior parte dei casi. Un esempio sono i ridicoli episodi legislativi degli ultimi mesi. I parlamentari francesi sono arrivati ad approvare una legge che vieta l’uso del GPS per associare automobilista e cliente.

Possiamo considerare che questa cultura alfiere delle innovazioni rivoluzionarie non sia la nostra e così adoperarci per una veloce estromissione di Uber dalla Francia e dall’Europa. Qualcuno potrebbe arrivare a rivendicare una legislazione anti-Uber lungo le linee già seguite per Amazon e Google, con tutta la comicità che conosciamo.

Se seguissimo queste linee di comportamento potremmo, tra dieci anni, trovarci a recriminare di non avere visto l’emergere di un campione di mobilità urbana Francese od Europeo, proprio come non abbiamo avuto un campione nei motori di ricerca sul web. Ci lamenteremo dell’egemonia delle odiate multinazionali “Anglo-Sassoni”, Uber ed altri, i cui servizi saranno il nocciolo duro di un intero sistema che dipenderà da essi.

Tra dieci anni potremmo anche accorgerci di essere ben lontani dal sentiero del “Fattore 4” (riduzione di 4 volte delle emissioni di CO2 entro il 2050) nel settore trasporti. Schiumeremo ancora rabbia per qualche giorno all’anno a causa dello smog tossic nelle nostre aree metropolitane. Guarderemo con invidia alle megalopoli di un altro mondo che saranno cresciute in modo più sostenibile, superando tutti gli ostacoli, inserendo l’auto nei loro sistemi di trasporto in un modo diverso dal nostro.

Un’opportunità per i campioni francesi della mobilità

Da professionista coinvolto nelle nuove forme di mobilità, sono entusiasta di quello che sta facendo Uber perchè penso che possa avere impatti molto positivi sulla nostra società. Come cliente sono contento di vedere un nuovo arrivato che scuote l’ambiente e sfida i concorrenti a migliorare i propri servizi.Comunque come cittadino sono preoccupato se l’unico modo che abbiamo per cambiare le cose è attraverso metodi decisamente aggressivi e spietati. Come imprenditore francese ho paura che il modo con il quale trattiamo Uber (e altri) in Europa possa avere impatti negativi sul nostro sistema di innovazioni. Penso che quando Uber avrà liberato il mercato possa diventare un monopolista, come Google, Apple, Facebook e Amazon (GAFA) lo sono diventati nei rispettivi campi. E questo succederà perchè le startup più innovative in Francia ed Europa troveranno molti ostacoli nello sviluppo del proprio business.

La Francia e l’Europa non mancano certo di competenze, professionalità e di capacità imprenditoriali,  e nemmeno di volontà politica (specialmente da parte delle autorità locali). In Francia non mancano nemmeno quelli che potrebbero diventare dei campioni europei o addirittura globali: BlaBlaCar, Autolib, Deways e Carnomise e molti altri sono lì a testimoniarlo.

Sono preoccupato, infine, che Uber possa minacciare l’intero sistema di economia collaborativa a causa dei suoi metodi e perchè è talmente grande che un suo fallimento sarebbe una terribile sconfitta per tutto il settore con profonde conseguenze sul piano dell’immagine.

Credo fermamente che dovremmo vedere Uber e i suoi simili come una fantastica opportunità per avviare finalmente uno spostamento di paradigma nel settore del trasporto privato e della logistica. Per farlo abbiamo bisogno di collaborare sul miglioramento dei regolamenti per rendere il mercato più equo per ogni stakeholder: clienti, autisti, autorità locali e autorità di controllo. Questo è fattibile in quanto nel nuovo paradigma il mercato dovrebbe essere molto più vasto. Cambiamo la nostra cultura del sospetto in una cultura aperta al negoziato e al compromesso. La posta in gioco è alta.

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L’autore:

Ghislain DelabieGhislain Delabie (Telecom Bretagne, ESSEC MBA)è un esperto in mobilità. Ha condotto diversi progetti su larga scala, dalla progettazione all’implementazione: ricariche intelligenti per veicoli elettrici, servizi di supporto e condivisione per flotte saziendali elettriche, servizi integrati di carsharing e carpooling. Dal 2012 al 2014 si è occupato di innovazione e relazioni commerciali per Deways, un pioniere del carsharing p2p in Francia. Da quest’anno è senior partner per Techneo Consulting con l’incarico di sviluppare buone pratiche di mobilità urbana.

2 pensieri su “Uber: domande spinose sulla cultura dell’innovazione in Europa

  1. In parole povere, provo ad esprimere il pensiero, di un vecchio ed ex tassista milanese, che ha esercitato dal ’70 al ’90, già al’epoca era in atto da parecchio la diatriba con gli abusivi, ovvero coloro che con auto private si appostavano e circuivano il cliente per accapparrarsi la corsa buona. Or dunque, per chi non conosce la categoria ed il tipo di lavoro, deve sapere che fino alla metà degli anni novanta esistevano ancora alcune ditte, ma sopratutto una famosa cooperativa che ha dato lavoro a moltissimi tassisti. Praticamente colui che, nuovo di patente-pubblica voleva iniziare la professione, veniva assunto e, senza sborsare una lira, iniziava ad esercitare, scegliendo il turno che preferiva e trovando ogni giorno la vettura pronta per lavorare.
    La categoria divisa, fra costoro che erano in un certo senso lavoratori dipendenti e, gli altri che erano titolari di licenza (padroncini) ebbe ad un certo punto un tumulto di cambiamento, stà di fatto che i primi, convinti di guadagnare molto meno dei loro colleghi padroncini, hanno fatto di tutto per eliminare il lavoro dipendente, per preferire il lavoro autonomo con licenza propria. Le licenze hanno un loro mercato, e a tutt’oggi il valore di mercato, stabilito dalla stessa categoria si aggira intorno ai 180.000. euro, per una licenza di autopubblica, Per cui oggi chi volesse intraprendere questa professione e non ha quattrini, per poter lavorare, dovrà accendere un mutuo che impiegherà , forse insieme a quello della casa , una vita intera per pagare, ( un lavoro dai costi eccessivi, e per dirla fra noi – il più delle volte con un bilancio in perdita-) . E già questo è un controsenso, come può un’attività in perdita valere 180.000. euro ? – Perdere una o due corse al giorno per il tassista sarebbe fatale, potrebbe non riuscire neppure a pagare il mutuo. Potrei continuare, con altre precisazioni, ma qui mi fermo, con la speranza di aver dato una visione sul panorama autopubbliche – Uber (per quel che riguarda le città come Milano
    Giorgio.

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