Una scelta tra due mondi

Pubblico sempre volentieri gli editoriali di John Whitelegg, direttore del trimestrale online World Transport Policy and Practice, che ci offre spesso le sue panoramiche a volo d’aquila della terra sulla quale appoggiamo i nostri piedi e che costringe talvolta la nostra immaginazione e la nostra capacità propositiva in orizzonti angusti. Un’utile bussola per le nostre scelte quotidiane di cittadini, amministratori e professionisti.

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EDITORIALE di WTPP, estate 2013

Siamo in un momento storico nel quale è obbligatorio affrontare la nostra ossessione collettiva per la velocità, la distanza, la mobilità con tutte le sue perverse e negative conseguenze per la qualità della vita, la giustizia sociale, la fiscalità e l’ambiente attraverso riflessioni senza pregiudizi e discorsi seri e lineari. La “tempesta perfetta” caratterizzata dalla crisi delle finanze pubbliche, dal mancato raggiungimento  delle riduzioni di emissioni richieste per gestire il cambiamento climatico, dai 3mila morti al giorno per incidenti stradali e dall’affacciarsi della consapevolezza che la salute pubblica dipende assolutamente dalla priorità da dare alla sfera della mobilità e dei trasporti ci porta verso un’unica direzione. Questa direzione è chiara e lo è stata in tutti gli articoli pubblicati finora da questo giornale.

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Quello che non è chiaro è la scelta che dobbiamo fare oggi tra due futuri alternativi. Ci sono, naturalmente molto più di due futuri alternativi, ma per semplicità possiamo ridurli a due mondi molto differenti per cominciare a chiederci quale preferiamo.

Il futuro può essere riassunto come uno spostamento da “pochi” a “molti”.

Storicamente abbiamo dimostrato che dopo un periodo di esitazioni e dubbi abbiamo sempre compiuto scelte molto chiare su argomenti molto scottanti. Quello che è interessante è che una volta compiuta la scelta ci accorgiamo retrospettivamente che questa non era difficile e che era smaccatamente chiaro quale strada dovessimo prendere. Non capiamo davvero il motivo per il quale abbiamo perseverato a mantenere uno status quo così negativo per così tanto tempo prima di svegliarci e mostrare un lampo di intelligenza e umanità. Abbiamo scelto di abolire la schiavitù alla fine del XVIII secolo e abbiamo dimenticato quanto persuasivi e forti fossero gli argomenti contro l’abolizione.

Nello stesso periodo abbiamo scelto di garantire a tutti i cittadini di tutte le nostre città industriali in rapida espansione l’acqua potabile e una rete di fognature. Oggi ci siamo dimenticati che questa scelta non era così scontata e che i costi per perseguirla furono incredibilmente alti e per questo trovò una forte opposizione, ma alla fine la mettemmo in pratica.

Abbiamo messo di mandare i bambini a lavorare nelle miniere di carbono e negli stabilimenti tessili sapendo che questo avrebbe rallentato la crescita economica e la ricchezza nazionale ma lo abbiamo fatto.

Oggi dobbiamo riscoprire questa capacità di pensare, riflettere, decidere ed agire con un approccio simile per quanto riguarda la mobilità. 

Cos’è la mobilità?

driving-night-high-speed-car-hd-1064655Viviamo in un mondo altamente mobile. Il pianeta si è ristretto a cause dell’enorme incremento della velocità degli spostamenti fisici e delle comunicazioni avvenuto da 30 anni a questa parte. La mobilità presenta un grande numero di connotazioni positive. Evoca immagini di infinite opportunità, libertà, ricchezza di esperienze, possibilità di fare shopping a New York, fare le vacanze alle Seychelles, lavorare in Nord Europa abitando in un bucolico centro della provincia francese, italiana o spagnola. Per il geografo questo significa che i tradizionali limiti spazio temporali appartengono ormai al passato. Per il  politico significa che indirizzare grosse percentuali di spesa pubblica sulle ferrovie ad alta velocità, sulle autostrade e su nuovi aeroporti garantisce il successo politico.

Si dà per scontato che la nostra società altamente mobile e veloce sia davvero una buona cosa e qualsiasi dibattito sulla possibilità di rallentare, di muoversi di meno e di passare più tempo in un posto viene visto come qualcosa di sconveniente e quindi da evitare. Si possono perdere molti amici, molti inviti alle conferenze internazionali sui trasporti, molti incarichi presso commissioni governative se si esprimono questi punti di vista. Domande sulla possibilità di passare più tempo in un posto solo per assorbirne la storia, la cultura, le abitudini alimentari, la lingua e il paesaggio vengono raramente poste e rapidamente dimenticate. Abbiamo preso l’abitudine di ridurre i tempi di spostamento, di passare meno tempo in un luogo e di massimizzare i numero di luoghi che possiamo sperimentare nell’unità di tempo. Abbiamo tutti cooperato a un’elaborata ristrutturazione dello spazio-tempo che ha avuto l’effetto di massimizzare il numero di luoghi che visitiamo, minimizzare il tempo necessario a raggiungerli, trascurare il piacere connaturato alla profonda comprensione di luoghi e paesaggi, ignorare le esperienze che si fanno in viaggi che richiedono un tempo lungo e di celebrare i nostri successi come una specie brava a vantarsi dei luoghi che ha visitato.

Il nostro mondo ipermobile è stato realizzato a un prezzo molto alto. La distruzione dei luoghi, dei paesaggi e dell’ambiente naturale dalle infrastrutture per trasporti ad alta velocità è un tratto comune all’espansione di un aeroporto che distrugge una foresta (Francoforte) come a una nuova autostrada che attraversa un prezioso ambiente naturale in Polonia o a una linea ferroviaria ad alta velocità britannica che distrugge miglia e miglia di bellissima campagna e foresta. Questi costi sono semplicemente eliminati dalla rappresentazione come un membro discreditato di un Poltiburo sovietico in una fotografia degli anni cinquanta. Non si parla di queste cose tra persone per bene. La mobilità è dannatamente cara in termini di materie prime, utilizzo dell’energia e dello spazio, ma tutte queste cose sono trattate come articoli di consumo quotidiano senza quasi nessuna riflessione sui limiti di un “pianeta unico”.

cars-366x247Il pianeta ha raggiunto il miliardo di automobili in circolazione nel 2010 e si prevede che queste saranno 2.5 miliardi nel 2050. Daniel Sperling (UC Davis, Institute of Trasnportation, California) calcola che una flotta di 2 miliardi di automobili richiederebbe almeno 120 milioni di barili di petrolio al giorno, contro gli 87 attuali.

Dato che le automobili vengono considerate come fattori indispensabili per una vita felice è ragionevole aspettarsi che le politiche nazionali e internazionali volte a promuovere la crescita economica, la modernizzazione e l’eliminazione della povertà produrranno anche una popolazione di 6 miliardi di automobili per 6 miliardi di persone. Se questo non dovesse essere il caso allora si dovrà nominare un controllore mondiale che deciderà chi sarà autorizzato a possedere un’automobile e chi no. Se questi sei miliardi di automobili avranno percorrenze annue equivalenti a quelle attuali delle auto americane, britanniche o svedesi avremo certamente bisogno di parecchie migliaia di chilometri di nuove strada a 12-20 corsie sui maggiori corridoi di comunicazione, per esempio tra Pechino e Shangai o tra Delhi e Mumbai.

Per realizzare questo nuovo mondo coraggioso avremo quindi bisogno di molti più km quadrati di terreno per la costruzione di nuove strade, ferrovie ad alta velocità ed aeroporti. Questa a sua volta richiederà un aumento della domanda di energia, dell’inquinamento acustico e atmosferico e sarà causa di un incremento delle emissioni di gas serra sufficiente a distruggere qualunque possibilità residua di realizzare gli obiettivi di riduzione richiesti dagli accordi sul cambiamento climatico.

L’utilizzo del suolo per le infrastrutture dedicate ai trasporti sottrarrà anche terreno fertile all’agricoltura per cui potrà nascere un altro interessante problema quando la popolazione ipermobile e iperveloce di questo nuovo mondo farà fatica a trovare cibo a sufficienza.

Niente in questo dibattito ha prodotto anche il più piccolo dubbio nel nostro feticismo ad alta velocità. Siamo innamorati della mobilità e questo basta a portare il sistema verso il collasso.

Come potrebbe apparire un mondo diverso? Cosa possiamo aspettarci da una mobilità ridotta?

Possiamo cominciare con Kolkata (precedentemente Calcutta), la principale città del Bengala Occidentale in India. Kolkata ha una popolazione di 15 milioni di abitanti, una gamma amplissima di tipologie di mezzi di trasporto tra le quali i traghetti sul fiume Gange, una fitta rete ferroviaria, un sistema tramviario e metropolitano, risciò a pedali e a traino e un’altissima percentuale di spostamenti a piedi. La città sta per essere spaccato dalla costruzione di strade, specialmente da svincoli sopraelevati che servono i bisogni delle nuovi classi medie indiane e dei politici che cercano il loro appoggio. Il volumi di traffico rendono molto difficile o impossibile spostarsi a piedi o in bicicletta e l’attraversamento di una strada è un’impresa molto rischiosa. Kolkata è una città viva e sorprendentemente bella che sta lentamente morendo a causa del traffico e delle sue conseguenze sulla vita quotidiana di milioni di persone.

Una riduzione della mobilità che comporti una riduzione dei viaggi in auto riporterebbe la città alla vita. L’inquinamento atmosferico, attualmente a livelli che mettono seriamente in pericolo la salute pubblica, verrebbe eliminato. L’inquinamento acustico verrebbe eliminato. Gli spazi pubblici verrebbero riallocati per utilizzi più rispettosi di bambini e anziani. Le vie soffocate dal traffico verrebbero sostituite da viali ombreggiati da alberi con spazi pedonali e ciclabili separati e sicuri. La qualità della vita, attualmente a livelli molto bassi, migliorerebbe drasticamente per il 90% della popolazione a basso reddito che cammina, pedala e vive in comunità urbane ad alta densità dove si trova tutto quello di cui si ha bisogno (scuole, negozi, medici, posti di lavoro) nel raggio di qualche centinaio di metri.

La mobilità non ha niente da offrire a queste persone se non morte, rischio, pericolo e sporcizia.

Siamo ancora più chiari sui dettagli di una riduzione della mobiltà a Kolkata. Significherebbe la fine della costruzione di strade; la trasformazione di significative porzioni di città in aree residenziali car-free; la costruzione di infrastrutture ciclabili e pedonali senza uguali al mondo; la promozione dei risciò a pedali con l’attenzione alla salute del conducente; La completa ristrutturazione del sistema tranviario costruito nel XIX secolo; un massiccio progetto di riforestazione degli spazi urbani (una pianta per residente potrebbe essere un buon punto di partenza); la fine della diffusione su scala industriale dei decessi e delle invalidità causate dagli incidenti stradali e dall’inquinamento atmosferico.

Rivolgendoci all’Europa cosa comporterebbe una riduzione della mobilità? Diventerebbe un posto dove i bambini tornerebbero ad avere il campo libero piuttosto di essere continuamente costretti a ritirarsi. Durante la mia infanzia negli anni cinquanta c’erano poche automobili circolanti e noi vagabondavamo per miglia per una città industriale del nord dell’Inghilterra (Oldham). Eravamo indipendenti, avventurosi, pieni di entusiasmo ed energia e felici. L’obesità infantile era rara. Ci avventuravamo spesso lungo i pendii dei monti Pennini per visitare i fiumi che scorrono ai loro piedi, passavamo intere giornati nei parchi, giocavamo in edifici abbanndonati, oltrepassavamo le soglie delle proprietà industriali e costruivamo zattere per “navigare” sul Mill Lodge (un laghetto vicino a un mulino utilizzato per combattere gli incendi). Costruivamo carretti con ruote di vecchi passeggini per utilizzarli nelle nostre vie senz’auto.

Non si tratta di una retrospettiva nostalgica della mia infanzia. è la rappresentazione di un mondo dove i bambini possono giocare in sicurezza, formare solide amicizie, trattare e raggiungere accordi, risolvere problemi e gestire il proprio tempo e il proprio spazio acquisendo sicurezza nell’affrontare qualunque difficoltà possa portare la vita. Tutto ciò non è possibile nel 2013.  I genitori sono preoccupati del pericolo del traffico e anche del “pericolo estraneo” (il mio bambino sarà ucciso, rapito, violentato o rapinato?). Possiamo eliminare il primo, non il secondo che può però essere controllato da comunità più attive e da vie popolate da persone e non da automobili, i parchi e i piccoli spazi urbani vengono ben utilizzati da persone di tutte le età e questo garantisce protezione e sicurezza.

Un mondo a mobilità ridotta gioverebbe anche gli anziani. Le strade solitamente attraversate da un traffico ostile risulterebbero relativamente libere dalle auto, sarebbe più facile attraversarle e questo miglioramento ambientale incoraggerebbe la socialità, la conversazione e gli spostamenti a piedi per raggiungere servizi locali. Questo aiuterebbe gli anziani a mantenersi attivi fisicamente fino a un’età più avanzata ed eviterebbe i problemi di salute associati all’isolamento sociale che li incolla al divano davanti alla TV.

Ci sono vantaggi sociali ed economici più ampi conseguenti a una riduzione della mobilità. Se riducessimo del 50% le automobili circolanti e le percorrenze delle rimanenti del 75% le nostre città prenderebbero una forma completamente diversa. Il trend evolutivo degli ultimi 50 anni che ha ridotto il numero di scuole, negozi, luoghi di lavoro etc e la loro concentrazione in un numero ridotti di località che comporta spostamenti più lunghi verrebbe invertito. Come a Kolkata potremmo aspettarci la creazione di quartieri densi di attività con una diversa organizzazione della sanità, dell’istruzione e del commercio i cui servizi si troverebbero molto più vicini alle nostre abitazioni dando vita a comunità urbane molto più vitali di quelle attuali.

L’era dello shopping nel centro commerciale fuori porta e dei megaospedali con migliaia di posti auto arriverà al capolinea e riscopriremo il piacere di servizi di quartiere sotto casa intorno ai quali la maggior parte degli spostamenti utilizzano le biciclette, le scarpe o il trasporto pubblico. La nuove tecnologie avrebbero anch’esse un ruolo da giocare. In Gran Bretagna abbiamo chiuso centinaia di ospedali alla fine del secolo scorso nella convinzione che la centralizzazione e la specializzazione garantiscano un maggior livello di cura. L’avvento delle nuove tecnologie dell’informazione rende possibile cure sanitarie decentrate di livello molto elevato.

Il futuro può quindi essere riassunto come una trasformazione da “pochi” a “molti” (ospedali, istituti scolastici etc), una riduzione delle distanze e un abbandono delle modalità di trasporto ad alta intensità di energia ed emissioni per le loro alternative a emissioni basse o nulle. Contrariamente a quanto pensano coloro che promuovono la mobilità a tutti i costi, gli abitanti di questo mondo alternativo avrebbero molte più opportunità di fare cose per loro interessanti, di fare incontri e di condurre una vita attiva e propositiva a un costo più basso di quello richiesto dall’attuale sistema. Anche gli alti costi che comporta il finanziamento della mobilità, attualmente circa 240 miliardi di Euro nei paesi UE, verranno sostanzialmente ridotti alleviando le difficoltà fiscali di tutti gli stati aderenti.

Nel caso del trasporto aereo e ferroviario ad alta velocità si presenta la stessa logica: abbiamo davvero bisogno di correre di qua e di là per tutta l’Europa con questi mezzi di trasporto carissimi e velocissimi? Se tirassimo il freno come sembrerebbe il mondo? Se ci spostassimo di meno tra Londra, Berlino e Parigi assisteremmo a una ripresa delle attività economiche su scala regionale.

Il livello di cocnetrazione economica, amministrativa e culturale a Londra e Parigi comporta alti costi abitativi, di viaggio, di inquinamento, di congestione e di infrastrutture. Ci sono ottime ragioni fiscali e finanziarie per ridurre di molto i livelli di concentrazione di attività nella capitale britannica per spostare più attività (uffici, ministeri, teatri, istituti di ricerca etc) a Liverpool, Manchester, Newcastle, Leeds e Glascow.

E’ anche possibile utilizzare le nuove tecnologie dell’informazione. Molti dei nostri spostamenti fisici possono venire sostituiti dalle video conferenze e da altre soluzioni di collegamento online che riducono il bisogno di costosi ampliamenti della rete ferroviaria ad alta velocità o degli aeroporti e allo stesso tempo ci concedono più tempo da trascorrere con amici e famigliari e nel nostro quartiere per creare una maggiore coesione sociale.

Oggi dobbiamo fare una scelta tra due mondi molto diversi.

Il mondo n. 1 è caratterizzato da una minore mobilità ma da un maggior numero di mete raggiungibili in un tempo dato. E’ più economico, socievole, sano, conviviale, gentile verso bambini e anziani, pulito, sicuro e contribuisce a consolidare i legami tra vicini, con la natura e con il territorio. Sostiene i circuiti economici locali e trattenendo al loro interno i proventi delle transazioni finanziarie molto più di quanto sia in grado di fare il sistema attuale.

Il mondo n.2 è caratterizzato dall’attuale feticismo nei confronti dell’alta velocità e della elefantiasi infrastrutturale, da inquinamento acustico e atmosferico, dalla paura del traffico, da decine di migliaia di morti e feriti gravi ogni anno, da obesità, da malattie respiratorie, da bambini a cui non viene permesso di crescere in autonomia e confidenza nelle proprie capacità, sarebbe carissimo, fuori della portata di molti ed iniquo.

Quale scegliereste? Fatecelo sapere.

John Whitelegg

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 L’autore

Direttore esecutivo di Eco-Logica, John Whitelegg è docente di Trasporti Sostenibili alla John Moores University di Liverpool, di Sviluppo Sostenibile allo Stockholm Environment Institute e fondatore ed editore del Journal of World Transport Policy and Practice

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