WTPP: trasporti e limiti del pianeta

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Dall’ultimo numero di World Transport Policy and Practice, la rivista online che si occupa di mobilità pubblichiamo, come di consueto, l’editoriale che questa volta allarga un po’ gli orizzonti parlando di un saggio sui limiti del pianeta recentemente pubblicato in Gran Bretagna, che viene analizzato per arrivare a toccare alcuni nervi scoperti su temi che ci sono famigliari.

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Confini planetari

Questo è un editoriale insolito. Parla solamente di un saggio appena pubblicato e intitolato “The Human Quest“. Dire che si tratta di un saggio importante è superfluo. E’ enormemente importante perchè mostra come la corrente traiettoria presa dalla specie umana è attualmente affidata a un pilota automatico che ha innescato l’opzione di autodistruzione. Questo potrebbe sembrare una dichiarazione eccessivamente drammatica ma il saggio si basa su un metodo di analisi scientificamente ortodosso e su dati raccolti attraverso una logica molto radicata nella miglior tradizione scientifica, in particolare quella svedese. Si tratta di un’analisi solida, oggettiva e scientifica. Il saggio dimostra che esistono dei “confini planetari” non oltrepassabili tre dei quali sono già stati violati e stiamo correndo il rischio di andare oltre anche i rimanenti. Questi confini sono illustrati nella figura 1.

Il poligono verde a nove lati più interno rappresenta lo spazio operativo di sicurezza con i suoi confini marcati dal perimetro in grassetto. La superficie dei settori delimitati da ciascun confine mostra la stima dell’effettiva grandezza della variabile di controllo. Le spezzate nere mostrano l’andamento recente (dal 1950 ad oggi) di ciascuna variabile di controllo. Per la perdita di biodiversità, il livello limite stimato di 100 estinzioni annue per milione di specie eccede lo spazio disponibile nell’immagine. Anche se il cambiamento climatico, l’acidificazione degli oceani, l’assotigliamento dell’ozono stratosferico, il cambiamento nell’uso del suolo, l’utilizzo di acqua dolce, l’interferenza con il ciclo del fosforo sono limiti definiti come lo stato di una variabile (rispettivamente concentrazione di CO2, livello di saturazione dell’aragonite, livello di concentrazione di ozono stratosfserico, percentuale di terreni coltivati, ammontare massimo annuo di utilizzo di acque dolci, accumulo di fosforo negli oceani), i restanti limiti, cioè la perdita di biodiversità e il limite biochimico dell’interferenza con il ciclo dell’azoto sono definiti come tassi di cambiamento delle rispettive variabili di controllo (estinzioni annue per milione di specie, tasso di N2 rimosso dall’atmosfera per utilizzi umani).

I limiti planetari già oltrepassati sono marcati in rosso e sono il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e gli eccessi nel ciclo dell’azoto. Attendiamo ulteriori analisi e informazioni sugli altri limiti, sul tasso al quale ci stiamo avvicinando al loro sforamento e sugli irreversibili danni ad esso associati.

La promozione pubblicitaria a sostegno del saggio enfatizza gli aspetti scientifici e la necessità di agire con urgenza:

The Human Quest integra dati da diverse discipline scientifiche che mostrano come il nostro pianeta funzioni e le fragili relazioni tra esso e la razza umana. Rockstrom e Klum non effettuano solo una diagnosi dei problemi, ma cercano anche di mostrare dati e possibilità che possano facilitare una transizione a un futuro sostenibile.

“Dobbiamo trovare dei modi che spostino queste traiettorie di sviluppo lontano dai rischi globali” dice Rockstrom “e dobbiamo farlo ora, in quella che potrebbe essere la decade più decisiva della storia umana. Questo saggio cerca di approfondire le intuizioni della nostra visione socio-ecologica come fonti di speranza ed innovazione. Dobbiamo mettere in atto niente meno che una grande trasformazione delle società di tutto il mondo, e credo che questo sia possibile. Con un atteggiamento disponibile al cambiamento delle fondamenta delle nostre società, l’umanità può avere successo nella transizione alla sostenibilità globale. The Human Quest può aiutare a voltare pagina.”

“Siamo la prima generazione a riconoscere che l’umanità è diventata una forza in grado di minare alla fondamenta le capacità del pianeta di sostenerci. Viviamo una fase globalizzata del cambiamento ambientale. Le nostre economie e il mondo come lo conosciamo sono a rischio di drammatici cambiamenti. Se manteniamo il nostro pianeta all’interno dei confini operativi di questi limiti globali possiamo prosperare tutti, ma se oltrepassiamo questi confini innescheremo sicuramente degli eventi catastrofici.”

La nostra Human Quest (ricerca umana, ndt) è quella di tentare di cambiare la traiettoria negativa della sfida ambientale per sostenere lo sviluppo, in un momento nel quale la razza umana sta raggiungendo i nove miliardi di persone. Cosa ha a che vedere questo con i trasporti?

Ci stiamo avvicinando al 20esimo anniversario della nascita di “World Transport Policy and Practice”. In questi venti anni abbiamo registrato gli enormi danni sulle persone, sulle comunità, sull’ambiente e sul pianeta direttamente conseguenti a livelli sempre più alti di dipendenza dall’automobile, di distanze percorse, di trasporto merci su strada e aereo. Abbiamo pubblicato circa 300 articoli la maggior parte dei quali hanno definito le nostre strategie e proposte pratiche e di immediata applicazione per garantirci un futuro sostenibile e assicurarci di non oltrepassare (in questo singolo settore) i limiti imposti dal pianeta.

I trasporti rappresentano un problema chiave in qualunque discussione sui limiti planetari dato che la traiettoria complessiva in quest’ambito va esattamente nella direzione opposta a quella auspicabile e tutte le nazioni del pianeta (compresa la Svezia) presentano evidenti distorsioni sul piano culturale, professionale e fiscale che favoriscono il continuo incremento, anno dopo anno, dei chilometri-vettura/aereo percorsi e di risorse spese in investimenti per nuove infrastrutture. Abbiamo chiarito in quasi ogni numero della nostra rivista che le politiche dei trasporti in tutto il mondo presentano uno strato di DNA profondamente radicato che è causa di più spostamenti, più strade, più aeroporti e più ferrovie ad alta velocità, motivato dalla ferma convinzione che più sia meglio di meno, più veloce sia meglio di più lento e che il progresso umano dipenda assolutamente da più alti livelli di mobilità. Pensiamo che si tratti di un errore fondamentale. Cosa ancor più importante, forniamo una diversa prospettiva e soluzioni alternative pronte all’uso fin da domani mattina, se solo i politici e i decision makers si svegliassero e andando a lavorare si chiedessero cosa fare.

Non sosteniamo che i trasporti rappresentino l’ambito più importante di intervento da affrontare sul pianeta (la fame, la povertà, le guerre, le malattie, le torture, le violenze e gli stupri sono abomini almeno altrettanto importanti).  Tuttavia se davvero vogliamo progredire verso un futuro sostenibile dobbiamo dirci che il dibattito sui trasporti è ancora in condizioni molto miserevoli con una scarsissima comprensione di quello di cui avremmo bisogno per una relazione più sana con la mobilità, la velocità e la distanza, coerente con quelli che sono i nostri dichiarati obiettivi politici.

Detta molto crudamente non abbiamo nessuna possibilità di modificare i paradigmi o le traiettorie di sviluppo relative ai limiti  planetari se non affrontiamo il nodo dei trasporti. Cosa ancor più preoccupante, coloro i quali ci mettono in guardia rispetto ai limiti del pianeta e alle conseguenze di un loro superamento non hanno molto da offrire come risposta alla domanda che dovrebbero farsi i politici andando a lavorare domani mattina. Come possiamo mettere a punto un diverso futuro nei trasporti, come possiamo ristrutturare lo spazio e il tempo per ridurre il numero dei veicoli e le distanze da essi percorse di almeno il 50%? Come riallocare la spesa nei trasporti per produrre una migliore qualità di vita per tutti e quindi smetterla di costruire costosissime infrastrutture trasportistiche creando così una società ambientalmente e socialmente più equa?
Questo è un grosso problema per i limiti del pianeta, specialmente per il cambiamento climatico e la perdità di biodiversità. Affoghiamo in raffinatissime analisi dell’impatto dei trasporti sulle emissioni di gas serra e delle conseguenze dell’estrazione di combustibili fossili e della costruzione di infrastrutture sulla biodiversità.  Anche nella piccola Lancaster, Inghilterra una strada di 5 km completamente inutile dal costo di 120 milioni di sterline si sta facendo largo tra finanziamenti e procedure amministrative per riuscire ad essere costruita. Tra i tanti impatti negativi di questa strada c’è il danno che apporterà a una colonia di lontre sul fiume Lune.  La biodiversità è un tema talmente complesso che qualche volta è difficile capire cosa sta dietro le storie dei panda, degli orsi polari e delle orchidee rare, ma a Lancaster tutti i livelli della pubblica amministrazione hanno cospirato per ridurre la biodiversità ignorando le lontre e contribuendo alla perdita di habitat e alla loro morte. Se riportiamo questo fenomeno sulla scala molto più larga della costruzione di autostrade e ferrovie ad alta velocità in Cina, India e Africa possiamo capire come il grande settore etichettato biodiversità abbia visti superati i suoi limiti.

In questo numero di WTPP portiamo ancora l’attenzione su soluzioni intelligenti per il trasporto del futuro che presentano il potenziale di modificare il nostro modo di pensare e agire per evitare di oltrepassare i confini imposti dal nostro pianeta.  Tomas Björnsson ci richiama al bisogno urgente di miglioramento delle strutture ciclabili nel sud della Svezia, realizzabile a una frazione infinitesimale del budget speso in autostrade. Martin Schiefelbusch mostra come i problemi di mobilità nelle aree rurali possano venire risolti da iniziative di trasporto comunitario. Stephne Knight-Lenihan rivela come obiettivi desiderabili di sostenibilità possano venire compromessi alla radice da una mancanza di volontà politica a livello nazionale. Il suo resoconto sulla situazione in Nuova Zelanda suonerà famigliare in molti altri paesi. L’articolo di Serena Kang descrive un “modello di utilizzo flessibile del bus” che può potenzialmente incontrare meglio la domanda per questo tipo di servizio e quindi aumentare i livelli di utilizzo del trasporto pubblico.

Come sempre i commenti dei lettori su questi articoli e sull’editoriale sono ben accetti.

Professor John Whitelegg, Editor

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L’autore

Direttore esecutivo di Eco-Logica, John Whitelegg è docente di Trasporti Sostenibili alla John Moores University di Liverpool, di Sviluppo Sostenibile allo Stockholm Environment Institute e fondatore ed editore del Journal of World Transport Policy and Practice

 

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