Un colpo al cerchio e uno alla botte. Nuove e vecchie mobilità nel paese della cuccagna.

Ben ritrovati a tutti i lettori di questo minuscolo blog che da un paio di settimane, nonostante il nostro silenzio, hanno ripreso a visitarci e a scriverci con una frequenza meritevole di ben altra attenzione.

Riprendiamo oggi le nostre pubblicazioni con qualche riflessione nata durante la settimana europea della mobilità appena conclusasi. Sembra che l’attuale crisi abbia spronato molte amministrazioni a volgere il capo verso soluzioni trasportistiche più economiche di quella automobile che negli ultimi settant’anni ha pesantemente condizionato la vita e lo sviluppo urbano dell’Italia metropolitana. E fortuna vuole che le prime siano anche molto più sostenibili della seconda.

Ma… c’è sempre un ma, se permettete il gioco di parole. Si tratta di un ma che abbiamo imparato visitando il paese della cuccagna.

Si tratta di un paese dove la crisi morde forse peggio che da noi. I locali amministratori, in cerca di qualcosa a basso costo e a grande impatto mediatico per ottenere un secondo (o un terzo, o un quarto) mandato dai propri elettori, pensano bene di avviare un ambizioso e ben articolato progetto di rete ciclabile urbana, con tanto di questionari distribuiti alla cittadinanza invitata ad esprimersi su diverse ipotesi alternative e di implementazione di un primo, centralissimo troncone della rete in una delle vie dove più forte è il conflitto tra l’auto e gli altri possibili usi dello spazio pubblico. Un evidente manifesto della determinazione a prendere di petto il problema della mobilità urbana e che sottende probabilmente una unanimità e una compattezza di vedute all’interno della giunta che nel nostro sgangheratissimo bel paese è una perla davvero rara rinvenibile per lo più solo in occasioni nelle quali il ceto politico si trova costretto a difendere l’ammontare delle proprie prebende minacciate dalla crisi. Oltretutto il troncone appena realizzato di rete ciclabile richiede la soppressione di un paio di dozzine di posti auto che, in una zona centrale di una piccola cittadina, è un’operazione tutt’altro che facile.

Fino qui il lato positivo della cosa che, bisogna dirlo, non è affatto poco. Ma…

Il progetto nel suo complesso prevede anche altre cose. Per esempio la conversione a parcheggio di una centralissima area dismessa in grado di accogliere 100 automobili. E altri parcheggi sono in via di costruzione in altre aree immediatamente adiacenti al centro cittadino. Perchè da una parte si incoraggiano gli spostamenti in bicicletta e dall’altra quelli in automobile?

I commercianti del paese della cuccagna, molto preoccupati del fatto che la soppressione dei parcheggi potesse avere conseguenze negative sui loro fatturati (cosa che – va detto – si è talvolta verificata) hanno fatto pressioni sulla giunta per avere una misura “compensativa”. E sono stati ben più che “compensati”, con un saldo netto di 70/80 posti auto aggiuntivi nel solo parcheggio centrale, da una giunta che ha avuto troppa paura a scommettere unicamente sull’aumento degli spostamenti ciclistici e ha preferito puntare anche sull’aumento di quelli automobilistici. Anche questa operazione è a (apparente) costo zero dato che la costruzione delle nuove infrastrutture è stata appaltata GRATIS a una società privata in cambio di una concessione trentennale per la gestione del parcheggio medesimo.

L’operazione porterà quindi a:

  1. Un aumento degli spostamenti in bicicletta, ben quantificato e pubblicizzato da appositi contatori situati in punti strategici della rete ciclabile;
  2. Un aumento degli spostamenti automobilistici – che il senso comune imputerà agli inevitabili “costi del progresso” – in particolare lungo quelle direttrici che non comprendono la via centrale oggetto del primo intervento ma che si gioveranno della minore difficoltà di trovare parcheggio;
  3. Un ulteriore “portatore di interessi” politicamente ingombrante – il gestore del parcheggio – che vedrà come il fumo negli occhi qualunque misura di restrizione degli accessi automobilistici al centro e che di fronte a qualunque ipotesi in questo senso sventolerà a destra e a sinistra tutte le clausole contrattuali valide per i prossimi 6 lustri (se va bene, in alcuni paesi della cuccagna arrivano anche a 10 o a 20…).

E chi dice che non c’è niente che ci dia la sicurezza che le cose andranno veramente così cambi immediatamente canale.

Ne valeva la pena? Ancora una volta, no. Trasformare in senso sostenibile le nostre città, le nostre vite e i nostri sistemi di mobilità non vuol dire accontentare “i ciclisti” e poi “gli automobilisti” e poi “i commercianti” e poi “i pendolari” e via elencando categorie di presunti antagonisti in una lotta per la sopravvivenza del più forte che non esiste. Quello che esiste è invece un interesse comune (anche, o forse soprattutto, economico) che esige una diminuzione dei km/vettura percorsi e una loro sostituzione con chilometri percorsi con altri mezzi o non percorsi affatto.

Quanto rendono al commercio locale 13 mq di parcheggio a seconda della sua destinazione.
Fonte: Changing Car Parking to Bike Parking in Melbourne (per accedere al link clicca sull’immagine)

Se fossimo stati gli amministratori del paese della cuccagna avremmo cercato, prima di far partire un progetto del genere, di far capire ai nostri concittadini – a cominciare proprio dai commercianti – che l’introduzione di misure integrate, coordinate ed estese volte a scoraggiare gli spostamenti automobilistici favorisce l’economia locale e non la deprime. E’ una banalissima questione di geometria. Meno spazio si occupa per spostarsi più persone possono spostarsi. Ovviamente bisogna essere anche consapevoli che dietro le preoccupazioni dei commercianti non c’è solo la paura del cambiamento, ma anche qualche precedente esperimento – spesso non inserito in un più vasto progetto di trasformazione del sistema di mobilità urbana – di pedonalizzazione o di limitazione del traffico e dell’accessibilità automobilistica finito in malo modo.

Avremmo anche cercato di misurare non tanto l’aumento dei passaggi in bicicletta quanto i passaggi in auto; avremmo cioè cercato di portare all’attenzione collettiva il problema, fiduciosi del fatto che una cittadinanza informata e consapevole possa essere in grado di elaborare autonomamente ipotesi e soluzioni dalle quali poi possa scaturire una sintesi di cui si deve fare carico il ceto politico. Non avremmo presentato il mezzo – la bicicletta – come se si trattasse del fine – che in realtà è la diminuzione dei km/vettura percorsi. Questo anche in considerazione del fatto che anche nel paese della cuccagna i tassi di motorizzazione vanno lentamente ma ormai costantemente abbassandosi da qualche anno a questa parte. E’ quindi molto probabile che tra qualche lustro la maggior parte degli elettori di quel paese non saprà che farsene di tutti quei parcheggi e si chiederà come mai non si sono trovate risorse per finanziare altre modalità di trasporto.

Sono graditi commenti di ogni tipo, ad eccezione di quelli che provano a dare una precisa localizzazione al paese della cuccagna. In realtà si tratta di un posto che non è da nessuna parte ma è dappertutto…

2 pensieri su “Un colpo al cerchio e uno alla botte. Nuove e vecchie mobilità nel paese della cuccagna.

  1. Credo che in una città come Torino, che sta vivendo uno storico tradimento da parte della propria (forse sarebbe meglio dire ex-propria) classe imprenditoriale, sia abbastanza fisiologico trovarsi di fronte a chi, nostalgico di un tempo nel quale tutto girava intorno alla Fiat, sogni di recuperare qualcosa che non tornerà mai più. E comprendo benissimo la partecipazione degli amministratori ad iniziative di questo tipo. Sicuramente è, come sempre, un modo per raccattare voti un po’ dove capita ma potrebbe essere anche un modo per stare vicino a persone che sentono svanire le certezze di una vita e che un amministratore deve comunque in qualche modo rappresentare. Insomma si tratta di sforzi di persone che non si accorgono di nuotare controcorrente, ma un fiume, per quanti sforzi noi possiamo fare, non ci riporterà mai alla sua sorgente. Finisce inesorabilmente nel mare.

    Per cui credo che chi come noi si occupa di queste cose invece di guardare indietro farebbe meglio a volgere lo sguardo nel senso della corrente, per capire dove è meglio collocarci per arrivare al mare con il minor numero di intoppi possibile. E spesso gli intoppi si trovano in questa visione da “paese della cuccagna” che sottende un’onnipotenza tutta infantile: si accontentano – spesso in perfetta buona fede – i ciclisti con le ciclabili, i commercianti con i parcheggi nel centro cittadino, gli automobilisti che faticano a trovare parcheggio, senza capire che questa cosa non ci porterà da nessuna parte, perchè domani ci troveremo ancora sommersi dallo stesso mare di lamiera oppure, se il costo del petrolio lo vorrà, ci troveremo con costosissime infrastrutture dedicate ad automobili che non ci saranno più. E Torino, in questa corsa al cerchiobottismo, non è da meno di molte altre città. Non perchè patrocina iniziative come quelle di Missione Auto, ma perchè non è in grado di immaginarsi città diversa da quella attuale: per esempio non percepisce l’importanza dell’accessibilità pedonale oppure pensa che possa essere una soluzione innalzare il limite di velocità su alcune arterie urbane.

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