Libertè egalitè automobilitè?

La sempre maggior diffusione di forme di pedaggio per l’uso “automobilistico” del suolo pubblico sta provocando un po’ ovunque accese discussioni che hanno l’equità come argomento del contendere. Riportiamo alcune riflessioni di Paul Barter su quello che negli Stati Uniti viene indicato con il nome di “performance pricing” dei parcheggi, che utilizza le nuove tecnologie per applicare tariffe di parcheggio variabili in base alla domanda.

…Come esempio prendiamo gli argomenti citati dal Boston Globe sulla tariffazione a prezzi di mercato:

Se ai posti auto su strada venissero applicate tariffe di mercato, gli automobilisti con i redditi più bassi perderebbero la possibilità di accesso a parcheggi sui quali hanno gli stessi diritti legali di chiunque altro. Il risultato finale sarebbe una città nella quale il ricco potrebbe accedere a qualunque parcheggio, mentre tutti gli altri dovrebbero accomodarsi dove riescono a permetterselo.

L’equità mi sta a cuore e concordo sul fatto che le politiche di parcheggio hanno importanti implicazioni sotto questo aspetto, ma queste righe mi sembrano molto confuse.

Cos’ha a che fare il “diritto legale” al parcheggio con la sua tariffazione? Io ho il “diritto legale” di affittare un appartamento nella via più prestigiosa della mia città. Il fatto che io, come la maggior parte della gente, non possa permettermelo non ha niente a che vedere con il fatto che le abitazioni devono avere prezzi di mercato. Naturalmente, se un alto numero di persone non può permettersi un’abitazione decente allora bisogna trovare delle soluzioni. Nelle economie di mercato queste soluzioni sono (di solito) previste senza abolire il mercato immobiliare in generale. In ogni caso, il parcheggio in vie molto congestionate è sicuramente un bisogno molto meno essenziale di quello abitativo.

Questo mi porta al ‘pensiero automobilistico compulsivo’,  che è una sorta di peccato originale di molte di queste obiezioni “egualitarie”. Molte persone sembrano dare per scontato che la guida di un’automobile sia la sola maniera tollerabile di spostarsi o che la maggior parte degli automobilisti non abbiano altra scelta. Danno per scontato che se non puoi permetterti di parcheggiare allora non puoi neanche permetterti di andare in un determinato posto. Molti pensano alla guida e al parcheggio come a un bisogno primario, come l’acqua. Naturalmente anche l’acqua ha un costo, ma le politiche di tariffazione di bisogni primari sono sempre complesse. Le società fortemente dipendenti dall’automobile, come gli USA, sono particolarmente soggette a questa forma di pensiero compulsivo. Comunque, i luoghi dove scarseggiano le possibilità di parcheggio e quindi più alte le tariffe basate sul performance pricing sono di solito anche quelle aree urbane molto dense e ricche di possibilità di trasporto. L’auto è una scelta tra molte altre e chiaramente non è indispensabile per arrivare lì, anche quando questi luoghi si trovano all’interno di aree metropolitane in gran parte dipendenti da essa.

E’ un peccato che il giornalista del Boston Globe non abbia approfondito la questione della connessione tra le preoccupazione egualitarie e il modo nel quale concepiamo il parcheggio come un bene di consumo (che era un punto centrale dell’articolo).

Per esempio, il parcheggio su strada è di solito di proprietà pubblica. Ma è da paragonare allo spazio su una spiaggia deserta o assomiglia di più ai campi da tennis comunali che si trovano in molti parchi pubblici delle grandi città? I secondi come la prima sono proprietà pubblica ma le loro tariffazioni sono diverse. Applicare delle tariffe per l’uso di una spiaggia deserta non è proponibile. Ma chiedere un pagamento per l’uso di un campo da tennis appare ragionevole (quanto meno dove c’è una grande densità abitativa) dato che il tennis implica un numero relativamente piccolo di persone che utilizzano uno spazio molto grande. Anche l’applicazione di tariffe variabili a seconda dei momenti della giornata e dei giorni della settimana sembra una cosa accettabile. E proporre prezzi sotto quelli di mercato si tradurrebbe in una lista d’attesa, il corrispondente della congestione che si crea nei luoghi dove i parcheggi sono disponibili a prezzi politici. Così perchè alcune persone sono così diffidenti verso questa modalità di tariffazione dei parcheggi?

Due rinomati economisti del centro sinistra americano vengono citati dall’articolo:

“La mia prima reazione fu che questo avrebbe sollevato grossi problemi di equità”, ha detto Mark Thoma, economista dell’Università dell’Oregon, che ha pubblicamente esposto questa preoccupazione nel 2010 in risposta a un editoriale del New York Times che sosteneva la causa delle tariffe variabili in base all’offerta e alla domanda.

Robert Reich, già segretario al lavoro e professore di politiche pubbliche presso la University of California, che si è recentemente lamentato della strisciante privatizzazione della vita pubblica sottolinea che l’attuale sistema porta con sè una sorta di equità: la gente che guadagna di meno e non può permettersi di parcheggiare in un garage può investire il proprio tempo alla ricerca di uno spazio di parcheggio gratis o a prezzo basso. “Cosa è meglio? Dipende in parte dalla vostra disponibilità relativa di tempo e denaro”, ha scritto Reich. “Le persone più benestanti hanno più disponibilità del secondo, naturalmente, il che rende il sistema di tariffazione a prezzi di mercato il migliore per loro. Ma questo sistema è ben lontano dall’essere il sistema migliore per tutti.”

Rispetto enormemente questi economisti ma non penso che abbiano riflettuto a sufficienza su tutti gli aspetti che riguardano questa problematica.

Per esempio, partono dall’assunto non detto che lo status quo sia equo. Perchè darlo per scontato? E’ probabile che ci siano molte più persone a basso reddito tra le vittime del traffico indotto dalla ricerca di parcheggi (come gli utenti di autobus) che tra i beneficiari del parcheggio a prezzi politici.

Un altro modo di pensare alla mancanza di equità dello statuso quo può essere il seguente: immaginate una città dove da lungo tempo vengono applicate tariffe di mercato ai parcheggi su strada. Davvero un tetto a queste tariffe sarebbe una priorità nell’agenda per combattere le disuguaglianze di accesso alle zone più esclusive della città? Un tetto del genere beneficerebbe davvero il target di coloro che ne avrebbero più bisogno? Davvero i poveri sarebbero i destinatari dei maggiori benefici causati da questa misura?

Ci sarebbe molto altro da dire sull’equità e sui prezzi di mercato dei parcheggi, ma questo può bastare per un post.

Fonte: Tangled up in equity arguments

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L’autore:

Paul Barter è assistente presso la Lee Kuan Yew School of Public Policy, National University of Singapore dove insegna politica delle infrastrutture, politica urbana, politica dei trasporti e introduzione alle politiche pubbliche. Ha al suo attivo pubblicazioni sulle politiche dei trasporti a Kuala Lumpur e Singapore. I suoi attuali interessi di ricercatore sono nell’innovazione del traffic management e nella regolamentazione del trasporto pubblico. Potete trovare le sue stimolantissime riflessioni sul parcheggio sul suo blog “Reinventing Parking”.


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