Spazio pubblico, spazio privato, spazio sociale. Andrew Curry da Londra occupata.

Riflettiamo moltissimo, qui a World Street, sullo spazio da almeno due differenti punti di vista. Il primo è, naturalmente, che lo scopo specifico di mobilità, accessibilità e trasporti è quello di unire, bene o male, diversi punti nello spazio. In secondo luogo perchè, quando si parla di città e della natura estremamente bulimica delle tradizionali soluzioni trasportistiche, lo spazio comincia ad essere veramente scarso (la cosiddetta sindrome dell’elefante in camera da letto). Ma non si tratta solo della quantità dello spazio. Non meno importante è la qualità degli spazi pubblici e sociali urbani che è (o almeno dovrebbe essere) al centro delle continue preoccupazioni di amministratori e cittadini. Così quando abbiamo adocchiato questo interessante articolo di Andrew Curry abbiamo pensato di condividerlo con i nostri lettori.

Uno dei temi che il movimento nato da Occupy Wall Street ha portato al centro dell’attenzione è quello del territorio urbano e della sua proprietà. A Wall Street  Zuccotti Park è una proprietà privata gravata da pesanti vincoli. Occupay LSX (London Stock Exchange, la borsa londinese, ndt) ha finito per accamparsi negli spazi accanto a St Paul’s Cathedral e in quelli vicno alla City of London Corporation perchè Paternoster Square, dove si trova la London Stock Exchange è uno spazio privato. In pratica lo spazio urbano è sempre più gestito e posseduto da interessi privati, anche quando sembra essere spazio pubblico. Si tratta di un rinnovato movimento per la creazione di enclavi

Sembra così centrata l’intuizione dei dimostranti di Occupy LSX di portare all’attenzione dell’opinione pubblica la natura privata di Paternoster Square e di organizzare uno dei seminari tenuti nella Tent City University sul controllo privato dello spazio pubblico. Per spazio pubblico privatizzato intendo quello spazio che appare come spazio pubblico (una piazza, per esempio) che di fatto è posseduto e gestito da un proprietario privato (o qualche volte gestito da un privato per conto di un ente pubblico). Comunque la si voglia mettere, a questi spazi si applicano regole differenti. Si tratta di un trend causato dagli schemi di rinnovamento del settore privato, e sostenuto da una pletora di ordinamenti pubblici. Ma è tutt’altro che invisibile.

Dall’interesse pubblico all’interesse economico

In senso lato questo movimento di privatizzazione del territorio è cominciato, nel Regno Unito, negli anni ottanta, con la costruzione del Canary Wharf e del City’s Broadgate, e da allora è continuato a crescere. Secondo Anna Minton, una portavoce di Occupy LSX e autrice di  Ground Control, il miglior saggio su questo argomento, il New Labour diede a questo processo un impulso determinante quando nel 2004 riformò le basi legali per la valutazione degli espropri. In precedenza doveva essere dimostrato un “interesse pubblico”, oggi è sufficiente dimostrare un “interesse economico”.

Il processo di allargò in fretta dal campo del terziario avanzato a quello del commercio del centro città come Cabot Circus a Bristol e  Liverpool One, dove gli investitori hanno ottenuto un leasing di 250 anni su un terreno di circa 17 ettari. Le autorità locali furono molto prone ai loro interessi dato che sembrava un modo molto conveniente di ristrutturare gli spazi pubblici. Non si ottiene niente per niente, naturalmente, e in molti casi le amministrazioni furono fin troppo desiderose di svendere spazi pubblici nelle trattative con i costruttori.

E poi ci sono i Business Improvement Districts, gestiti da compagnie private per conto delle autorità locali e finanziati da sottoscrizioni raccolte tra gli imprenditori del luogo.

Regole e vigilanti

Uno degli aspetti quasi sempre connaturati alla gestione privata degli spazi è l’istituzione di un’infinità di regole e la presenza costante di vigilanti allo scopo di farle rispettare: niente musica, niente picnic, niente assunzione di bevande (per lo meno quelle alcoliche), niente foto, niente esibizioni artistiche di strada, niente giochi con la palla, niente skateboard, niente pattini, niente biciclette. E, naturalmente, niente proteste. (E come corollario, il fatto che la sede del municipio di Londra si trovi in uno di questi spazi appare, per non essere cattivi, come un affronto al senso civico). La sorveglianza è pervasiva grazie alla presenza di telecamere a circuito chiuso. “Le strade”, dice la Minton “sono state privatizzate senza che nessuno se ne accorgesse”.

E di fatto potete accorgervi di essere in uno spazio controllato da un privato solo grazie alla presenza di cartelli che ve lo segnalano.

Naturalmente i centri e le aree commerciali hanno da tempo seguito questo schema, dato che sono sempre stati degli spazi chiusi sotto un tetto. In questa foto un esempio di questa ambiguità: un avvertimento sul lungofiume del Tamigi vicino alla Galleria di London’s Hays che ci informa che siamo in una zona per non fumatori. Ci segnala che il territorio è sotto il controllo di privati anche se sembra uno spazio pubblico. Il giornalista del Guardian John Harris ha fatto questa osservazioni in merito alla Cabot Cricus di Bristol, in parte coperta e in parte no:

Cabot Circus si diffonde nella città e le strade nel circondario si stanno affannosamente ristrutturando. Il fatto che loro suolo comprenda spazi aperti mette in evidenza uno degli aspetti meno regolamentato di queste iniziative: quelle che sembrano normali vie urbane sono di fatto possedute da privati. Richard Belt, responsabile del centro commerciale dice “Questi luoghi rappresentano una categoria completamente nuova. Vi abbiamo applicato tutte le regole che si solito si trovano in un vero centro commerciale, ma dato che si tratta di un territorio urbano può creare un po’ di confusione nei clienti”. Il ciclismo è vietato. A meno che non abbiate serie menomazioni della vista, se comparite accompagnati da un cane venite avvisati di lasciarlo a casa la prossima volta. I vigilanti in regolari divise nere tengono costantemente d’occhio quello che succede, anche l’uso di sigarette.

Il modello britannico – secondo Ground Control – è stato importato quasi pari pari dagli Stati Uniti, con alcune fondamentali differenze. Negli Stati Uniti le riforme delle legislazione sulla proprietà e sull’uso del territorio sono diventate argomento di una protesta generalizzata, con una altissima attenzione da parte dei media, e alla fine George W. Bush ha dovuto intervenire.

In GB non c’è stata quasi una risposta politica, dovuta in parte all’opacità e ai tecnicismi dei nostri processi legislativi e progettuali. Come scrive la Minton “Mentre la legislazione non sembra avere molta importanza quando viene dibattuta in parlamento, nel momento in cui diventa legge grazie anche all’introduzione di oscuri regolamenti e decreti applicativi appare sotto una luce molto diversa”.

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The photographs in this post were taken by Andrew Curry and are published here under a Creative Commons licence: some rights reserved.

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L’autore:

Andrew Curry è un giornalista finanziario specializzato nel settore dei media digitali e della formulazione di scenari per il futuro. Ha partecipato al lancio della prima tv via cavo interattiva britannica, Videotron. Attualmente lavora per l’agenzia di consulenza londinese “The Future Company”. Tra i suoi interessi l’economia creativa e digitale. Cura il blog “The nextwave“, da cui è tratto questo post.

Un pensiero su “Spazio pubblico, spazio privato, spazio sociale. Andrew Curry da Londra occupata.

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