Perchè gli Olandesi scendono dall’auto?

Non importa quante volte sono stato nei Paesi Bassi, quante volte sono passato in bicicletta di fianco ad automobili parcheggiate e nemmeno quante volte sono sceso da un’automobile che ho guidato. In tutto questo tempo e in tutte queste occasioni non sono riuscito a capire come facciano gli olandesi a rinunciare all’uso dell’auto. Russell Shorto ci illumina al riguardo. (Eric Britton)

La via olandese: biciclette e pane fresco

– Russell Shorto, New York Times, July 30, 2011.
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And here for World Streets on Fair use.

Da Americano che ha vissuto negli USA per molti anni sono impressionato, ogni volta che torno a casa, dal modo nel quale le città statunitensi rimangono incatenate all’automobile. Mentre l’Europa sta affrontando il problema della congestione e dei gas serra trasformando i centri urbani in zone pedonali e individuano modalità innovative di integrare automobili e trasporti pubblici, in America si continuano a costruire parcheggi. E questo è ancora più sconcertante se si pensa che le infrastrutture del paese sono al collasso rivendicando altre soluzioni.

La geografia spiega la differenza solo in parte: l’America è vasta, mentre le città Europee sono nate prima dell’auto. Ma Boston e Philadelphia hanno centri storici altrettanto antichi, mentre i suburbi di Londra e Barcellona rispecchiano quelli di molte città Americane.

Molto più importante, credo, è la forma mentis. Prendiamo le biciclette. La costruzione di piste ciclabili in alcune città americane potrebbe sembrare un grande passo avanti, ma la demarcazione di una striscia di strada per un utilizzo ricreazionale manca clamorosamente il bersaglio. Ad Amsterdam quasi tutti vanno in bici e le auto, le biciclette e i tram coesistono nella complessità fatta di corsie ciclabili, semafori e parcheggi coperti. Ma questo avviene grazie a un differente modo di concepire i trasporti.

Per fare un piccolo ma significativo esempio citato da Ruth Oldenziel, un esperto di storia della tecnologia alla Università di Eindhoven, gli automobilisti olandesi imparano ad aprire la portiera dell’auto con la mano destra, in modo da essere costretti a ruotare il tronco e la testa ed automaticamente controllare se c’è una bicicletta che sta sopraggiungendo. Allo stesso modo tutti i bambini devono superare un esame di sicurezza ciclistica a scuola. La coesistenza di diverse modalità di trasporto è profondamente radicata nella cultura olandese.

Questo a sua volta condiziona molte altre cose – come il pane. Come? I ciclisti non possono portare a casa sei borse della spesa. La spesa settimanale o mensile è quasi inesistente. Le persone si fermano quotidianamente nei negozi. Così il bisogno di pane confezionato che dura molti giorni viene eliminato. Risultato: un pane buonissimo.

Negli Stati Uniti esiste un senso comune associato a biciclette e trasporto pubblico che in Olande non c’è. In Olanda gli autobus non sono considerati l’ultima spiaggia per muoversi. E la bici non è vista come un esercizio fisico ecologico; è un modo di andare in giro. I bambini ci vanno a scuola e l’Amministratore Delegato ci va al lavoro.

E’ vero che una buona politica pubblica rinforza l’egualitarismo. Prendere la patente, con lezioni obbligatorie ed altri servizi a pagamento, arriva a costare più di 1000 dollari. E le tariffe dei taxi sono tenute deliberatamente alte: arrivare all’aeroporto può costare 80 dollari, mentre arrivarci con l’autobus in 20 minuti solo 3.50$. Ma l’egualitarismo – o meglio, una predilezione per la semplicità – è profondamente radicato nella cultura. Un ammiraglio francese del 17esimo secolo fu colpito nel vedere un suo collega olandese che puliva i pavimenti del suo alloggio sulla nave. Allo stesso modo mi capita spesso di incontrare il sindaco di Amsterdam al supermercato, e non perchè è impegnato in qualche populistico comizio (i sindaci qui non sono eletti ma sono incaricati dal governo); è perchè sta facendo la spesa.

Per gli Americani questo modo di pensare “fuori dall’auto” richiederebbe un totale ribaltamento di prospettiva. Ma anche gli Americani sono persone pratiche e refrattarie ai nonsensi. E Zef Hemel, responsabile per l’urbanistica della città di Amsterdam, mi ricorda che a volte questi cambiamenti di prospettiva avvengono. “Negli anni sessanta stavamo facendo le stesse cose di voi americani, stavamo trasformando le città in ambienti automobili”, dice. Ironia della sorte fu un’americana, Jane Jacobs, a cambiare il modo di pensare degli urbanisti europei. Il suo libro “Death and life of great american cities” fu una delle principali cause del cambiamento di prospettiva della pianificazione urbana in europa, che cominciò a mettere al centro delle proprie attenzione la vivibilità dell’ambiente piuttosto che l’accessibilità automobilistica.

Quando ho sottolineato che le corsie ciclabili di Manhattan sembrano utilizzate più per scopi sportivi che per il trasporto – i ciclisti di Amsterdam vanno in giro vestiti nei modi più diversi, dai jeans agli abiti da sera, mentre quelli di Manhattan sembrano androidi in lycra – Mr. Hemel mi ha risposto che c’è bisogno di tempo. “Quelli sono i pionieri. Dovete cominciare da qualche parte”.

Quello che intendeva era “Dovete cominciare con le corsie ciclabili” – cioè che la progettazione urbana può causare benefici cambiamenti culturali.  Ma questo sottende un’altra differenza di mentalità: la volontà tutta europea di seguire una progettazione top-down. Il rinomato individualismo americano alimenta spesso una salutare diffidenza verso le elite. Come ogni altro americano i tecnocrati europei che mi spiegano come dovrei vivere mi indignano. (Provate a comperare una lampadina o una rivista dopo le sei del pomeriggio ad Amsterdam, dove le elite politiche hanno deciso che il benessere dei lavoratori presuppone che i negozi restino aperti solo in orario di ufficio, esattamente quando la maggior parte della gente non può fare la spesa).

Ma mentre molti americani vedono le loro automobili come un allargamento delle loro libertà individuali, per alcuni di noi il possesso di un’auto rappresenta un fardello, e in città un doppio fardello. Penso che riprogettare le città allo scopo di ridurre – o eliminare – il bisogno non solo dell’accettabilità sociale dell’auto ma anche della sua connotazione di libertà individuale sia una buona cosa: forza tecnocrati europei! Se solo le città americane potessero essere così libere.

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L’autore

Russell Shorto collabora al New York Times Magazine, scrive romanzi e dirige il John Adams Institute di Amsterdam. E’ autore di “The island at the center of the world” e sta preparando un libro su Amsterdam. Il suo blog:  http://www.russellshorto.com/.

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