La Banca Mondiale e la lotta al cambiamento climatico

Oggi un articolo che va oltre quello che è il nostro normale ambito di interesse ma che ha molto a che vedere con il modello di trasporti insostenibili che abbiamo ereditato dal XX secolo. Parla delle preoccupazioni – che facciamo nostre – espresse dai rappresentanti dei paesi emergenti,  spesso i più indifesi di fronte alle conseguenze del cambiamento climatico, sul ruolo che potrebbe ricoprire la Banca Mondiale, istituzione piuttosto screditata quanto meno nel sud del mondo, nell’erogare fondi a sostegno della lotta all’effetto serra e alle sue conseguenze nei paesi più poveri.

BANGKOK, Apr 6, 2011 (IPS) –La Banca Mondiale si trova ad affrontare una crescente opposizione da parte di un movimento sempre più ampio di associazioni e realtà di base per il suo ruolo nel Green Climate Fund istituito con lo scopo di sostenere i paesi in via di sviluppo nella lotta al cambiamento climatico.

“Nonostante la crisi ambientale ed economica, la Banca Mondiale continua a finanziare con allarmante frequenza progetti che si basano sull’utilizzo indiscriminato di combustibili fossili, utilizzando gli strumenti finanziari per aumentare l’indebitamento dei paesi in via di sviluppo”, denuncia un cartello di oltre 100 organizzazioni locali e internazionali in un comunicato rilasciato durante il primo dei tre summit delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico in preparazione del COP17 di Durban che si terrà in novembre.

“La Banca Mondiale non è adatta a fornire consulenze sulla struttnura dei fondi che devono garantire un finanziamento efficace e di lungo termine  basato su principi di integrità ambientale, equità, democrazia e sviluppo sostenibile”, si sostiene nella lettera firmata da decine di organizzazioni internazionali e indirizzata a Patricia Espinosa, ministro messicano degli affari esteri, e a Christina Figueres, responsabile di UNFCCC, la Convenzione delle Nazione Unite sul Cambiamento Climatico con base a Bonn.

Fu al summit UNFCC di Cancun, in Messico che venne presa la decisione storica di creare il GCF, con lo scopo di finanziare gli sforzi dei paesi in via di sviluppo per ridurre le emissioni di gas serra e di aiutare le comunità di quei paesi di adattarsi ai disastri provocati dal cambiamento climatico.

La Banca Mondiale venne nominata come responsabile ad interim del nuovo fondo per i primi tre anni, in attesa di creare una struttura finanziaria più stabile in grado di indirizzare l’assistenza finanziaria di cui i paesi più poveri hanno un grande bisogno.

In una relazione a cura del segretariato delle Nazioni Unite rilasciata alla vigilia del summit di Città del Messico stimava in circa 100 miliardi di dollari il fabbisogno finanziario dei paesi in via di sviluppo per combattere il cambiamento climatico.

Altre stime indicano cifre più alte – verso i 400 miliardi di dollari – secondo quanto sostenuto dal Jubilee South Asia-Pacific Movement on Debt and Development (JSAPMDD), una rete di associazioni locali del sud del pacifico.

Il GCF ha avuto l’incarico di iniziare a distribuire questi nuovi fondi entro il 2020 che dovrebbero venire erogati sotto forma di finanziamenti a fondo perduto e di prestiti.

Ma la serie di programmi della Banca Mondiale raccolti nella categoria di “sviluppo” delle nazioni più povere non la accreditano come l’istituzione più adatta ad una permanente gestione del GCF, dice Victoria Tauli-Corpuz, rappresentante al summit di Asian Indigenous Women’s Network, una ONG di Manila. “La Banca Mondiale non è un’istituzione che gode di grande credito nei paesi in via di sviluppo”.

“C’è il timore tra gli attivisti e anche tra alcuni governi dei paesi emergenti che la Banca cercherà di ottenere l’approvazione per gestire anche l’operatività del GCF” dice Tauli-Corpuz “Questo sfocerà in una serie di ostacoli per i più poveri e per le vittime più vulnerabili del ca,biamento climatico”.

“I finanziamenti per il la lotta al cambiamento climatico fanno parte della restituzione del debito che i paesi ricchi hanno nei confronti dei popoli e delle nazioni del Sud”, sostiene Ahmed Swapan di JSAPMDD. “I finanziamenti derivanti da questo debito devono venire raccolti, gestiti ed erogati da un istituzione democratica, responsabile, trasparente e governata da un direttivo composto in maggioranza da rappresentanti del Sud del mondo”.

Gli attivisti sono preoccupati di un potenziale conflitto di interessi nel caso la Banca Mondiale ottenga il ruolo di gestore del GCF, dato che l’istituzione finanziaria ricopre anche dei ruoli importanti come finanziatore e gestore di progetti.

Come il  conflitto di interessi, anche la recente storia della Banca nella gestione di fondi per la lotta al cambiamento climatico è preoccupante: “Il Global Environmental Facility (GEF), istituito nel 1991 per aiutare i paesi in via di sviluppo ad adattarsi agli effetti del cambiamento climatico prevedeva una serie di passaggi istituzionali per accedere ai fondi (UNDP, UNEP e Banca Mondiale) che di fatto rendevano molto difficoltoso l’ottenimento dei finanziamenti” dice Matthew Stilwell, consulente dell’Institute for Governance and Sustainable Development, una ONG di Ginevra.

Per questo le nazioni emergenti stanno “cercando di ottenere un accesso più diretto ed immediato ai fondi” del GCF ha detto Stilwell. “Hanno imparato le lezioni del passato”.

Ma alla conferenza ONU che si chiude oggi fanno notare che il GCF è comunque una nuova fonte di finanziamento, ma gli attivisti non sono convinti, soprattutto riguardo al fatto che probabilmente i fondi proverranno da fontrei sia pubbliche che private.

“I finanziamenti dovrebbero arrivare solo da fonti pubbliche” dice Michelle Maynard della Pan African Climate Justice Alliance. “Il perchè è semplice: il finanziamento delle iniziative contro il cambiamento climatico fa parte del debito morale e legale dei paesi ricchi”.

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Fonte: Terraviva – IPS Inter Press Service. Apr 6, 2011 (IPS)

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