La condivisione è importante nelle vie di tutto il mondo

Leslie Brown della rivista Mobility Magazine, ha intervistato Eric Britton, editore di World Streets e ispiratore della New Mobility Agenda, sulle sue ripetutamente dichiarate opinioni sull’importanza della condivisione nel futuro dei trasporti. Quella che segue è una traduzione dell’intervista, che potete trovare in originale qui.

World Streets, il “solo settimanale indipendente sulla mobilità sostenibile” e la dozzina di forum che vi fanno riferimento sotto il tetto comune della New Mobility Agenda si occupa di promuovere discussioni e confronti in tema di mobilità fin dal 1988. Su temi che riguardano politica, investimenti, singole notizie su particolari situazioni Eric Britton, editore di World Street e ispiratore della New Mobility Agenda, non ha paura di dire la sua.

World Street and transport can you explain please?

L’idea di dare vita a dei forum collaborativi di discussione – o come li chiamiamo, “organi collegiali invisibili” – è nata con scopo di definire e far crescere un punto di vista il più ampio possibile e un atteggiamento più critico nel campo dei trasporti. Se si prova a dare un’occhiata all’architettura delle strutture che dominano e prendono decisioni nel settore trasporti, ci si accorge che sono in larga parte controllate da maschi. Il che significa che c’è questo gruppo dominante che di fatto progetta sistemi di trasporto per se stesso. E non si tratta “semplicemente” di maschi, ma di maschi appartenenti a un gruppo sociale piuttosto definito: in altre parole si tratta di automobilisti.

In questo non ci sarebbe niente di male se non fosse per il fatto che metà della popolazione mondiale non è composta da maschi – e che il 95% della medesima popolazione non può permettersi un’automobile in proprietà. Così di fatto progettano un sistema pensato per un’elite minoritaria.

Probabilmente l’unico modo di confrontarsi con questa inaccetabile anomalia è quello di sostenere e creare una situazione di piena parità di genere in tutti i forum decisionali: portare le donne in posizioni dirigenziali. Fatelo bene e il resto verrà di conseguenza. Fin dai primi anni del mio lavoro ho cercato di costruire gruppi di creatori di conoscenza che includessero l’altra metà della società per ottenere risultati molto differenti.

Quello che succede nel settore trasporti, e non solo in quello, è che quelli al comando quasi sempre si muovono troppo velocemente verso quelle che presumono essere delle risposte, senza provare a chiedersi se prima si sono posti le domande adatte a definire fin dall’inizio la direzione da prendere. E questo perchè sono sempre pressati, hanno un campo di interessi molto ristretto, un lavoro da compiere, un capo e una serie di obiettivi prefissati. Così qualunque discussione atta a definire le caratteristiche di una buona politica pubblica tende a venire ignorata.

Come fare invece per migliorare le tecniche di governance, intesa nel modo con il quale ci organizziamo per prendere decisioni migliori, più eque e più durature? Sappiamo questo: questo campo richiede troppa saggezza che non può trovarsi tutta nella testa di un singolo. Così dobbiamo trovare un modo per riunire diversi gruppi di persone che possono mettere le loro intelligenze in competizione e collaborazione tra loro e attraverso un vigorso processo di scambio e di apprendimento reciproco trovare delle soluzioni che sarnno migliori di quelle individuali.

Cosa pensa delle auto elettriche?

Auto elettriche? Le amo. Ne ho avuta una per dieci anni a Parigi ed è stata la migliore auto che abbia mai avuto per spostarsi in città. Era piccola, silenziosa, economica e molto conveniente. Potevo parcheggiarla ovunque e per caricare la batteria avevo semplicemente comperato un contatore che inserivo nella prese del mio garage in affitto e quindi pagavo al proprietario al corrente utilizzata. Era perfetta.

Cosa penso del modo nel quale affrontano il tema le politiche di Stati Uniti, Europa, India e Cina? Penso che le auto elettriche siano nel complesso irrilevanti, almeno viste nel contesto della necessità di scelte politiche e di investimento che oggi premono con urgenza alle nostre porte.

La tecnologia non è importante. Lo è la performance. Scopo dei governi è quello di assicurarsi che i prodotti dell’industria automobilistica rientrino in determinati parametri di sicurezza, consumi ed emissioni, decisi dalla comunità nel suo complesso. Essenzialmente questo significa prendere in considerazione i livelli di inquinamento e rumore prodotto da un veicolo dalla culla alla tomba – dalla fase di produzione a quella di demolizione e riciclo. Questo genere di analisi di un veicolo e di come esso si mette in relazione con le forme più distruttive di produzione di energia – come quella che utilizza i combustibili fossili – è importante.

Questi sono parametri che dovrebbero essere definiti da una buona governance, che dovrebbe dire all’industria, “signori, fate quello che preferite, ma fatelo bene altrimenti non sarete in grado di vendere le vostre auto in questo paese”. Non capisco perchè dovremmo dare all’industri automobilistica 100 milioni o 1 miliardo di euro per sviluppare una tecnologia elettrica da portare sul mercato. Perchè c***o dovremmo farlo? Spiegatemelo. Sono stupido. Ditemi perchè dovremmo dare i nostri soldi di contribuenti duramente guadagnati per sviluppare una particolare tecnologia o un prodotto. Se quella tecnologia è buona e promette di farci vivere chi la produce che ci metta lui direttamente i soldi.

Sta ancora utilizzando la sua auto elettrica?

No, ha fatto il suo tempo. Sostituire le batterie al piombo avrebbe comportato un esborso troppo alto per il mio magro portafoglio. Ma i due set di batterie amorevolmente mantenuti per dieci anni mi hanno garantito una mobilità di prima classe.

Da quando sono senz’auto ho iniziato a spostarmi di più pedalando sia sulla mia bici personale che su quelle del bike sharing parigino, Vélib, che mi costa circa nove centesimi al giorno. Vèlib è un sistema di trasporto leggero e delicato. Funziona proprio bene, soprattutto per gli utenti più regolari come il sottoscritto.

Ma pesa 22 kg!

Beh, sarebbe pesante se doveste portarla in casa vostra al quinto piano senza ascensore.  Ma mentre si pedala la parola giusta non è “pesante” ma “stabile”. E’ una bicicletta progettata perfettamente. Se la pensate in termini personali è come se vi dicessero “tua moglie è molto simpatica ma un pochino bassa” e voi rispondete “potreste anche avere ragione, ma la amo esattamente per quello che è”.

E’ così che mi sento nei confronti di Vélib – non è perfetto. Può capitare una bicicletta malconcia con i freni malfunzionanti. E anche se si prenota in anticipo, come faccio io, qualche volta si trova la stazione vuota, o non la si può parcheggiare perchè tutti gli stalli sono occupati. Ma questa è la vita e bisogna affrontarla. Ci sono persone che ci riescono, altre no.

Comunque ammiro Jean Claude Decaus (il gigante dell’arredo urbano che fornisce e mantiene le biciclette pubbliche parigine in cambio di spazio pubblicitario gratuito nella capitale francese) perchè tiene moltissimo a far funzionare bene il sistema – e ci riesce. Non senza sforzi o esborsi di denaro. Non bisogna essere un entusiasta della pubblicità stradale (cosa che io non sono assolutamente) per ammirare quello che sta facendo. Qualcuno dovrebbe dargli un premio!

Ma Decaux non sta facendo profitti? Non ancora, quanto meno.

JDecaux ha una vocazione – quella dell’arredo urbano – che persegue con grande tenacia. E’ un leader mondiale del settore. E’ anche un’azienda molto collaudata con abili contabili e avvocati ferratissimi. Pensate che un’organizzazione del genere vada a cacciarsi in una situazione dove perde di proposito dei soldi? Si tratta di veri professionisti che hanno dato vita a un salto di qualità nel campo delle biciclette pubbliche e ispirato il modo nel quale vengono viste dalle città di tutto il mondo. Decaux è stata la compagnia che ha detto “questo è il modo di far funzionare un bike sharing”. Si riempie una città, e poi lo si fa funzionare. Questo è tutto.

C’è entusiasmo riguardo alla condivisione?

La condivisione non è un è una scelta. E’ un fattore critico per uno sviluppo sostenibilie. In un mondo di sette miliardi di individui, non abbiamo altra scelta che quella di condividere nel modo migliore possibile. E’ una strategia di sopravvivenza.  L’istinto primario della razza umana è la sopravvivenza – prima per se stessi, in secondo luogo per le persone a cui si è più legati. Una volta che c’è più di una persona coinvolta in questo processo, allora si inizia a parlare di condivisione.

Nel 2011 nascerà il settemiliardesimo uomo del pianeta. Non possiamo sopravvivere senza una migliore condivisione delle risorse e dobbiamo iniziare a capire che questo fa parte di una normale e salutare condotta di vita di una persona desiderosa di sopravvivere. Nonostante il car sharing, il bike sharing, il ride sharing e il taxi collettivo siano tutte quante realtà ormai – se non affermate – nell’aria, la condivisione degli spazi pubblici urbani è il migliore esempio di questo concetto. Nel corso del XX secolo questi spazi sono stati sottratti alle persone dalle auto. Come conseguenza ci siamo trovati a vivere, tra il 1950 e il 200o, in un ambiente poco confortevole dominato dalle macchine. Durante tutti questi anni il migliore esempio di condivisione di spazio pubblico è stato quello del pedone o del ciclista spalmato sull’asfalto da un’automobile!

Per comprendere meglio la condivisione degli spazi, dobbiamo prima riconoscere che le vie e le piazze di una città possono e devono avere molti utilizzi – pedoni, ciclisti, pattinatori, venditori ambulanti, bambini che giocano, persone che pettegolano. La condivisione degli spazi di basa sulla consapevolezza che questi spazi possono essere utilizzati in maniera più efficiente. Ma dipende tutto dalle politiche delle amministrazioni locali: se l’obiettivo che si pongono è quello di far scorrere le auto attraverso la città il più velocemente possibile o qualcosa di diverso.

Per concludere, la mobilità non è una questione di infrastrutture – è una questione di persone. Dobbiamo partire dalle persone.  Non è facile come parrebbe.

E infine ricordiamoci sempre questo: più della metà dei cambiamenti richiesti per costruire un sistema di mobilità migliore e piùgiusto non hanno niente a che fare con il settore trasporti. Il tipo di conoscenze richieste da investimenti e scelte politiche accorte riguardano la salute pubblica, la coscienza ambientale, le differenze di genere e il lavoro sul territorio. Dobbiamo fare in modo che il nostro lavoro sia definito dai nostri bisogni.

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Intervista condotta da Lesley Brown lbrown@mobility-mag.com. Editore di Mobility: the European Transport Magazine. Questo articolo è stato pubblicato nel numero 18 del 20 gennaio 2011. La rivista viene pubblicata due volte all’anno. E’ disponibile on line su   www.mobility-mag.com previo abbonamento. Per ulteriori informazioni: contact@mobility-mag.com

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