Pendolari sulla strada del divorzio.

Uno dei temi sottostanti la filosofia di NM è che il punto di partenza delle nostre analisi sulla mobilità non sono le strade, il ferro, la gomma, le infrastrutture, i veicoli o le cosiddette ICT, ma la gente – gente comune come tutti noi nelle nostre normalissime vite di tutti i giorni. Quello che segue è un articolo dell’economista Robert Frank apparso sul New York Times che contiene un unico paragrafo (evidenziato in rosso) che riguarda direttamente il nostro ambito di interesse, ma che lo colloca in un contesto efficacissimo nel ricordarci quanto sia importante partire dalle persone.

Diseguaglianze troppo grandi per essere ignorate.

– Robert Frank, New York Times. Published: October 16, 2010

Le persone spesso rimpiangono il passato con un amore non giustificato. Qualche volta, comunque, alcuni importanti aspetti della vita quotidiana erano decisamente migliori una volta. Durante i tre decenni successivi alla seconda guerra mondiale, per esempio, i redditi degli statunitensi crebbero rapidamente a un tasso costante – circa il 3% all’anno – per le persone di ogni ceto sociale. Il ceto medio americano era economicamente molto attivo. Ponti e strade erano ben tenuti, e venivano costruite grandi e impressionanti nuove infrastrutture. Le persone erano ottimiste.

Al contario durante gli ultimi trent’anni l’economia è cresciuta molto più lentamente e le nostre infrastrutture sono andate incontro a grossi problemi di manutenzione. Ancora più preoccupante, tutta la crescita di reddito è stata concentrata ai piani alti della stratificazione sociale. La percentuale di reddito complessivo guadagnata dall’un percentile più ricco della popolazione, che nel 1976 era dell’8.9%, è arrivata nel 2007 a toccare il 23.5%. Nello stesso periodo la retribuzione oraria media al netto dell’inflazione è calata di più del 7%.

Eppure molti economisti si mostrano riluttanti a confrontarsi con il problema delle crescenti disparità di reddito, sostenendo che un giudizio su questo trend è di competenza dei filosofi. Ma questo alibi suona falso. L’economia, dopo tutto, venne fondata dai filosofi, e i legami tra le due discipline rimangono molto stretti. Quindi gli economisti si trovano in una posizione ideale per affrontare questo problema, la cui risposta appare chiara.

Adam Smith, il padre dell’economia moderna, era docente di filosofia morale all’Università di Glascow. Il suo primo libro, “Teoria dei sentimenti morali”, venne pubblicato più di 25 anni prima del suo famoso “La ricchezza delle nazioni”, che era esso stesso cosparso di taglienti analisi morali.

Alcuni filosofi affrontano le ineguaglianze invocando principi di giustizia ed equità. Ma dato che non sono stati in grado di definire meglio cosa nel concreto significassero questi principi astratti, hanno fatto pochi progressi. Il più pragmatico approccio costi-benefici favorito da Smith sotto questo punto di vista si è rivelato molto più efficace, dato che si riesce a dimostrare che la crescente ineguaglianza ha creato perdite enormi e pochissimi guadagni, perfino per coloro che ne hanno maggiormente beneficiato.

Recenti ricerche sul benessere psicologico ci hanno insegnato che, oltrepassata una certa soglia, gli aumenti complessivi di spesa non hanno molti altri effetti oltre a quello di alzare l’asticella di quello che viene considerato indispensabile. Un amministratore delegato può pensare di avere assolutamente bisogno di un appartamento di 300 metri quadri solo perchè tutti i suoi colleghi ne hanno uno. Nonostante possano sentirsi bene esattamente come in abitazioni più modeste, nessuno di loro ridurrebbe la metratura di propria iniziativa.

Le persone non vivono in un vuoto sociale. Le norme comunitarie definiscono delle chiare aspettative su quanto le persone dovrebbero spendere in corteggiamenti e feste di compleanno. La crescente ineguaglianza ha per questo generato a cascata una serie di spese alla base delle quali le prime e più importanti sono quelle effettuate dai ceti più abbienti.

I ricchi hanno cominciato a spendere di più semplicemente perchè hanno a disposizione molto più reddito di un tempo. Queste spese hanno spostato lo schema di riferimento che è alla base della domanda di quelli che li seguono nella gerarchia dei redditi e che frequentano ambienti sociali che a volte si sovrappongono. In questo modo anche questo secondo gruppo si trova a spendere di più, cambiando a sua volta lo schema di riferimento del gruppo di reddito immediatamento al di sotto, e così via, sempre più in bassa nella scala dei redditi. Questo effetto a cascata ha reso sostanzialmente molto caro per le famiglie del ceto medio raggiungere un reddito considerato decoroso.

In un recente lavoro basato sui dati censiti nelle 100 province più popolose degli USA, Adam Seth Levine (ricercatore alla Vanderbilt University), Oege Dijd (studente di economia all’European University Institute) e il sottoscritto hanno rilevato che le province dove le diseguaglianze di reddito sono cresciute più rapidamente sono quelle con i maggiori problemi di dissesto finanziario.

Per esempio queste province hanno registrato il maggior aumento di casi di bancarotta.

I tassi di divorzio sono un altro significativo indicatore del dissesto finanziario, dato che i consulenti matrimoniali riferiscono che un’alta percentuale di coppie in crisi che si rivolgono a loro si trovano in un momento di seri problemi economici. Le province con i maggiori aumenti di ineguaglianza nella distribuzione del reddito sono anche quelle con la più alta crescita del tasso di divorzi.

Un altro segno di questo dissesto è l’aumento dei tempi per recarsi al lavoro, dato che le famglie in crisi di liquidità spesso cercano di “mettere insieme il pranzo con la cena” spostandosi a vivere in zone dove le abitazioni costano meno – in molti casi questo significa allontanarsi dal luogo di lavoro. Ancora, le province dove gli spostamenti pendolari sono aumentati maggiormente sono quelle con i più evidenti incrementi di disparità di reddito.

La crisi del ceto medio ha anche ridotto la volontà degli elettori di contribuire perfino ai servizi pubblici più essenziali. Ricchi e poveri nello stesso modo devono sopportare strade malconce, ponti pericolanti, ferrovie inaffidabili, navi che entrano nei porti senza adeguati controlli. E molti americani vivono all’ombra di dighe la cui manutenzione è quanto meno scarsa e che possono collassare in ogni momento.

Gli economisti che sostengono che questi problemi sono di competenza dei filosofi spesso difendono politiche, come la riduzione delle tasse per i benestanti, che contribuiscono ad aumentare le ineguaglianze in modo sostanziale. E’ indubbio che una maggiore ineguaglianza causa danni reali.

Ma in questa situazione si possono individuare dei benefici in grado di compensare questi danni?

Non esiste alcun dato che dimostri come ineguaglianze più grandi possano favorire la crescita economica o migliorare il benessere di qualcuno. Sì, i ricchi possono comperare abitazioni più grandi e organizzare party più cari. Ma questo non sembra averli resi più felici. E nella nostra economia di rapina un effetto di questa crescente ineguaglianza è stato quello di attrarre i nostri laureati più brillanti verso la caccia spesso improduttiva ai tesori finanziari di Wall Street.

In breve l’approccio economico basato sull’analisi costi-benefici – una freccia importante da molto tempo presente anche nella faretra dei filosofi –  può dirci molto sugli effetti della crescente disparità di reddito. Non abbiamo bisogno di trovare un accordo su tutti i principi filosofici di uguaglianza per riconoscere che ha causato danni considervoli a tutti i livelli della scala dei redditi senza generare benefici compensatori significativi.

Nessuno osa dire che la crescente ineguaglianza può venire richiesta in nome dell’equità. Così forse dovremmo semplicemente dire che è una cosa che non va bene – e provare a fare qualcosa.

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L’autore:

Robert H. Frank è docente di economia alla Johnson Graduate School of Management della Cornell University. Autore di The Economic Naturalist, potete trovare i suoi pensieri sul suo blog www.robert-h-frank.com/.

Un pensiero su “Pendolari sulla strada del divorzio.

  1. Io concordo pienamente soprattutto sulla parte evidenziata che, dal mio personale punto di vista, è la parte più interessante da trattare per chi parla di mobilità umana (delle persone).

    In particolare, oltre che alle frange più povere, io rivolgerei, se dovessi farlo, la mia attenzione con particolare riguardo a queste “fasce” sociali ma senza dimenticare le altre persone che, per loro fortuna, non hanno problemi economici.

    Più in generale tenderai ad includere il “discorso” più che sotto un aspetto infrastrutturale (anche s’è necessario farlo) in un discorso culturale di cui, io credo, l’Italia possa, a pieno titolo, “parlare” in una dimensione, per certi versi, internazionale e, forse, globale.

    Insomma, per riadattare in ambito nazionale italiano, se dovessi esprimere un’opinione, il discorso che NM sta portando avanti (di cui sono entusiasta) proporrei di affrontare seriamente anche un “discorso” culturale.

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