La condivisione: la più antica tecnologia dell’umanità è pronta a tornare. Parte I.

L’umanità, molto prima delle automobili e perfino della scienza, ha scoperto gli strumenti della condivisione, case, strade, moli, un modo naturale di ottimizzare l’utilizzo di risorse scarse. E molto prima di Adam Smith abbiamo utilizzato i “profitti” di queste attività condivise per sviluppare conoscenze e competenze specialistiche – che richiedono entrambe delle forme di condivisione – e per costruire infrastrutture condivise.

Oggi che ci troviamo di fronte a continui aumenti dei costi delle materie prime conseguenti alla loro crescente scarsità e a una migliore comprensione dei “costi esterni” del loro utilizzo, abbiamo bisogno di affrontare la prospettiva di porre un freno alla nostra corsa ai consumi individuali. Possiamo rinunciare o possiamo condividere in modo da migliorare, invece che ridurre, la nostra qualità della vita?

Il Club di Roma aveva rivolto la sua attenzione al controllo della crescita demografica; oggi vorrei che ci concentrassimo sulla crescita demografica della “roba”, per riuscire a ridurre l’impronta ecologica di ognuno di noi. Questo è molto importante in un momento nel quale i paesi in via di sviluppo guardano le nazioni post-industriali come a un modello di felicità basata sul consumo.

Cosa rende la condivisione una “tecnologia”?

Cosa rende la condivisione una “tecnologia”? Utilizzai per la prima volta queste due parole insieme quando mi trovavo a cercare personale per un ufficio Vrtucar al museo canadese della Scienza e della Tecnologia, circa dieci anni fa. “Perchè le vostre automobili non sono ibride?” mi veniva continuamente chiesto. Dopo aver spiegato che la condivisione può risparmiare molto più petrolio e ridurre molto di più l’inquinamento di quanto possano fare i motori elettrici o ibridi, dicevo che pensavo che la condivisione poteva raggiungere migliori livelli di efficienza perchè affrontava i nodi legati a un’organizzazione sociale pensata per l’auto privata.

Quindi sostenevo come la condivisione fosse la prima tecnologia inventata dall’umanità, nel senso che amplifica gli effetti del pensiero  e dell’azione umana attraverso un’attenta messa in pratica di principi incontestabili. Il car sharing, oltre a consentire una riduzione delle distanze percorse di circa il 50%, riduce del 95% i costi di fabbrica e nel lungo periodo annulla i costi urbani e di guida.

Nel 1972 il Club di Roma non menzionava nemmeno la condivisione, ma faceva dei riferimenti alla tecnologia. Meadows cita Garret Hardin nel suo famoso saggio ‘Tragedy of the Commons’ dove dice che “una soluzione tecnologica è una soluzione che implica solo un cambiamento delle tecniche scientifiche, richiedendo cambiamenti minimi o nulli in termini di valori o di etica”. Devo dissentire. Ci sono delle invenzioni sociali, e la condivisione nelle sue variegate forme è probabilmente la prima di queste; potrebbe avere anticipato il linguaggio.

Cinque tipi di condivisione.

Nell’elencare questi cinque tipi di condivisione cercherò di portare l’attenzione sulle forme che implicano i maggiori vantaggi in termini di risparmio di energia e risorse non rinnovabili, quindi elencherò parecchie regole o lezioni che sottostanno alla condivisione.

Quando demmo vita a Vrtucar all’inizio di questo decennio, cominciai a riflettere di più sulla condivisione nonostante, in veste di primogenito di sei figli di una famiglia di classe medio-bassa, avevo una notevole esperienza in proposito. Ho imparato moltissimo dal saggio di Petr Kropotkin del 1902, il “Mutuo Appoggio”. Continuai leggendo l’allora appena uscito “L’era dell’accesso” di J. Rifkin. Entrambi sottolineavano i problemi della proprietà, Kropotkin sottolineando quanto tardi nella storia la proprietà privata fosse emersa essendo la proprietà comune la norma tra i popoli primitivi, Rifking ipotizzando come potesse essere giunta alla fine del suo ciclo di utilità, dato che le persone – e specialmente le grandi aziende – sembrano ignorare la necessità della proprietà in favore della possibilità di accesso. Nell’area dell’informazione e della conoscenza il recente saggio di Hess e Ostrom sui “knowledge commons” critica il ruolo della proprietà privata nell’informazione, sostenendo la necessità di un nuovo approccio Open Source. Ostrom ha scritto più che altro sulle modalità di condivisione delle risorse nelle collettività, ridicolizzando nella sua esposizione l’uso che Garret Hardin fa del termine ‘tragedy of the commons’, e vincendo nel 2009 il Nobel per l’economia.

Durante la mia ricerca ho scoperto che la condivisione è un mondo molto sfaccettato, utilizzata in modi spesso diversissimi. E ho trovato anche molto poco materiale scritto che parla dell’argomento. E manca negli indici dei libri che ho consultato. Quando appare nei motori di ricerca del web si riferisce alla condivisione dell’informazione, qualcosa a cui farò riferimento in misura molto limitata. Così se siete d’accordo con me che si tratta di un’importante area di studio e discussione, potete unirvi a me in questo sforzo pionieristico.

Ma credo che nel futuro ci aspetti molta più condivisione. Nonostante il fatto che ci sia stato pocchissimo seguito alla raccomandazioni del Club di Roma del 1972 sulla necessità di risparmiare materie prime, siamo in attesa dell’introduzione di tasse piuttosto corpose sulla maggior parte dei beni di consumo, volte a pagare diversi tipi di ‘costi esterni’.

Di cosa è fatta la condivisione?

Prima di tutto ci sono le storie sulla condivisione che sentiamo da bambini, poi gli esempi che vediamo messi in pratica da adulti. Impariamo tutti la storia della cooperazione umana, così sappiamo di essere in grado di condividere di più, e questa condivisione è la base per altri valori, come il valore della diversità, della filantropia, delle virtù civiche, della compassione. Ci sono molti esempi nella letteratura per bambini, da “Brisby e il segreto di NIMH” a “Il vento tra i salici”.

In secondo luogo stiamo sviluppando una tecnologia dell’informazione che rappresenta uno strumento di condivisione molto importante. Il settore del carsharing è forse la punta di diamante di quest’area tecnologica, non tanto la tecnologia utilizzata per far funzionare l’auto, quanto quella utilizzata per condividerla e garantirne un monitoraggio in modo che il proprietario, che raramente la guida o anche solo vi si siede dentro, possa prendersene adeguata cura per garantire una risorsa affidabile ai suoi clienti.

La tecnologia può fornire il sistema di prenotazione e tracciamento via internet. Qualsiasi bene condiviso può venire registrato su un sito web e questo va molto oltre quello che fornisce all’auto la possibilità di funzionare, garantendone l’accessibilità attraverso un sistema di prenotazione on line, rendendo possibile l’invio di fatture mensili, il ritiro del bene dalla circolazione per effetturane la necessaria manutenzione e il tracciamento quando il bene non si trova dove dovrebbe essere.

Questa tecnologia permette anche di portare la condivisione a un livello più alto: riservare ogni sedile a un membro diverso di un equipaggio di carpooling e fornire una mappa dei parcheggi disponibili quando sono permessi i viaggi di sola andata con l’auto in car sharing. Non c’è motivo per impedire alle stesse applicazioni di rendere possibile la condivisione di qualsiasi oggetto.

Terzo: stiamo sviluppando un linguaggio di scala. A quale scale devono essere messi a disposizione i beni condivisi? Per l’autonoleggio la giusta scala è quella della piccola città o di una manciata di quartieri di una metropoli. Ma il car-sharing ha come scala le vie principali, molto più vicine una all’altra.  Per esempio scrissi un capitolo per il saggio Beyond the Car, nel 1995, nel quale analizzavo come la scomparsa del negozio sotto casa avesse incoraggiato la tendenza alla costruzione di abitazioni sovradimensionate, in virtù della necessità di percorrere più lunghe distanze per procurarsi il cibo, che significava andare meno spesso a fare la spesa ma effettuando molti più acquisti per ogni singola spesa. Questa abitudine comportava la necessità di avere più spazio da riservare alla conservazione degli alimenti. Non compriamo più quello che ci serve per prepararci la cena nel negozio all’angolo, ma ci riforniamo di tutto quello che ci può essere utile per una o due settimane, per cui abbiamo bisogno di ampi freezer e frigoriferi. E, naturalmente, questo cambiamento implica una maggiore dipendenza dall’auto, traducendosi in un maggiore numero di auto che hanno bisogno di più spazio per essere parcheggiate, trasformandosi da bene di famiglia a bene personale, da bene utilizzato occasionalmente a bene utilizzato più volte al giorno. E con il benessere, il forno a microonde, insieme alla Tv, all’hi-fi e al computer hanno trasformato in beni personali almeno una parte di ogni camera da letto. Il carsharing ci sta dicendo che le auto sono beni che appartengono a un quartiere. La scala è un argomento di pertinenza dell’ecologia, intesa come scienza che studia l’ambiente, come ha fatto Tim Allen.

Quarto: dobbiamo continuare a sviluppare una psicologia del consumo di beni durevoli che, dopotutto, non dovrebbero mai essere ‘consumati’, nel senso letterale del termine. La dicotomia tra desiderio e bisogno non è sufficiente. La serie della BBC “Il secolo del sè” (The century of self) mostra tutti gli sforzi che sono stati fatti per portare il consumo acritico a una scala personale.

Cosa potrebbe orientare il consumo alla condivisione?

Credo che dobbiamo renderci conto che il grosso del consumo dei giorni nostri rappresenti una forma di auto-ricompensa o di recupero di emozioni positivie perse durante la vita del consumatore. Quando un bene durevole viene acquistato per questi motivi, l’auto-ricompensa svanisce molto prima che il bene si deteriori. Se l’utilizzo di un bene dura troppo poco, può essere utilie sviluppare una forma di accesso veloce ad esso. Dobbiamo impararea capire quando gli acquisti diventano parte di questo “mercato di cura”. Queste auto-ricompense/trattamenti sono il nostro modo di rifarci della rabbia provocata dai percepiti maltrattamenti da parte di coloro che in certe situazioni hanno potere su di noi: datori di lavoro, professionisti, rappresentanti delle istituzioni, perfino il personale di un centro commerciale.

Si può provare rabbia anche quando vediamo maltrattare qualcuno a cui teniamo. In un mondo di istituzioni gigantesche abbiamo pochissima possibilità di modificare il modo nel quale siamo trattati. L’istituzione più grande dalla quale ci sentiamo maltrattati è il governo, discussa da Richard Sennet nel suo saggio del 1974 “The Fall of Public Man”. Sennett suggerisce che la “politica del risentimento” possa venire utilizzata dai politici che cercano di portare gli elettori a utilizzare la loro voce e il loro voto per dare una lezione a quei rappresentanti del governo dai quali si sentono maltrattati. Il politico utilizza il linguaggio del risentimento per dimostrare di non essere uno di “loro”.

Risentimento e ricompensa formano quello che io chiamo il “ciclo incendiario”. Possedere una casa significa isolarsi da proprietari terrieri meschini. Possedere un’auto significa non dover avere a che fare con il personale del trasporto pubblico che ci rinfaccia di bloccare il corridoio del treno o di non aver scritto il nostro nome sull’abbonamento mensile o non venire importunati da altri passeggeri. Al contrario una società che si basa sulla condivisione si focalizza sull’esperienza, l’unica cosa che è importante che la gente “possieda”. L’idea Buddhista della vita formata da azione e riflessione porta a creare un ciclo differente, dove ogni giorni elaboriamo il nostro modello mentale di mondo. La vita, in quest’ottica diventa un processo di apprendimento. Chiamo questo ciclo il “ciclo di apprendimento”.

Terzo: dobbiamo chiarire quali sono i beni che possono essere condivisi con successo, e quali tipi di condivisione comportano dei benefici ambientali. Mi sono accorto che ci sono cinque categorie di cose che condividiamo.

Le cinque categorie della condivisione.

La prima categoria è l’informazione, che è stato il primo settore a beneficiare della produzione di massa. Quando l’informazione si trovava solo in forma stampata c’era la competizione per l’acquisto delle copie, ognuna delle quali aveva un notevole costo. Oggi abbiamo Internet, gli e-book e l’mp3. Non si fanno più code; costi di accesso bassissimi.

Comunque ci sono ancora dei limiti all’accesso per la parte più povera della popolazione che non può permettersi l’acquisto di un lettore digitale o non vive in città con grandi biblioteche. E se sono studenti possono trovare troppo alto il costo di abbonamento alle riviste accademiche. Questo ultimo argomento è stato trattato da Hess e Olstrom che affrontano il problema della battaglia in atto sul copyright e l’accesso all’informazione accademica portata avanti dal movimento per l’Open Source che sta cercando appoggio tra gli autori, specialmente quegli autori che non traggono profitti dalle loro opere (spesso pagano la casa editrice per venire pubblicati) spingendoli ad accettare una riduzione dei diritti di autore in cambio della maggiore possibilità di accesso.

Il secondo tipo di beni da condividere sono le risorse naturali, quelle citate dalla relazione del 1972 ad opera del Club di Roma.

La terza categoria è la condivisione del lavoro attraverso lo scambio di lavori e siti internet (es. Angie’s List, una specie di 1254 sul web) dove si possono avere informazioni sui diversi professionisti che possono fornire merci e servizi. Il libro “Your Money or Your Life è uno dei moltissimi manuali che aiutano la gente a vivere con meno per potersi reimpadronire della propria vita, accettando solo i lavori che gradiscono e per un tempo non superiore a quello che desiderano. Questo significa mettere il consumo in una precisa prospettiva!

La quarta categoria è quella che con una crasi gli inglesi indicano con il termine “sharity” grazie alla quale le persone condividono i loro soldi e talvolta il loro tempo come volontari (caratteristica che la contraddistingue dalla categoria precedente). I recenti terremoti ad Haiti e in Cile mostrano tutto il potenziale di mobilità e immediatezza insito in questa forma di condivisione. Pare che anche tra i personaggi più ricchi del pianeta questa forma di condivisione cominci a venire presa in considerazione seriamente (Bill Gates, Bill Clinton, Warren Buffett).

Ma a controbilanciare questo fenomeno c’è quello della crescita di comunità chiuse che Christopher Lasch nel suo saggio del 1995, “La ribellione delle elite” indicava come un fenomeno molto popolare tra il quintile più ricco della popolazione che smette di preoccuparsi troppo di coloro che sono meno fortunati e dei problemi sociali in generale. Queste persone non avvertono i problemi dei “beni comuni”, dato che possono permettersi di mandare i figli alle scuole private, di assumere guardie del corpo private e installare sofisticatissimi sistemi di sicurezza, perfino di comperare auto che difficilmente si accartocciano in qualisvoglia incidente. Mentre la vera coesione sociale è strettamente connessa alla percezione di un destino comune: “Sto bene, non preoccupatevi”, contro “Siamo tutti sulla stessa barca”.

Infine ci sono i beni durevoli. Questa è la categoria che voglio analizzare in questa relazione, la condivisione di oggetti prodotti industrialmente, di spazi interni agli edifici e di alcuni strumenti che possono farne parte.

(fine prima parte)

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L’autore:

Chris Bradshaw è in pensione come urbanista dal 1996. Ha fondato la compagnia di carsharing di Ottawa, Vrtucar, nel 2000. Ha svolto attività in difesa dei pedoni per 30 anni. Da quando è in pensione sta promuovendo la transizione verso la seconda generazione di carsharing (che dovrebbe integrare la condivisione di auto, taxi, viaggi, auto a noleggio e consegna merci). Vive uno stile di vita ‘car-lite’ nel centro di Ottawa con sua moglie da 40 anni. Questo documento è la trascrizione di un suo intervento del 10 marzo 2010 presso la sezione canadese del Club di Roma

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