Invito alla lettura: Energia ed equità, Tempo Rubato

Seguendo l’invito di Eric Britton su WorldStreets Nuova Mobilità ha già pubblicato una citazione di Ivan Illich che menzionava gli effetti distruttivi che il sistema di trasporto come noi lo conosciamo può avere sulla capacità degli individui di condividere spazi ed esperienze. Oggi ripropongo la premessa e il primo capitolo del saggio di Illich, Energia ed Equità, ripubblicato recentemente da Bollati Boringhieri con il titolo “Elogio della bicicletta” (ci sarebbe parecchio da riflettere su questa modifica del titolo voluta dall’editore).

La speranza è quella di far rileggere o scoprire quello che questo geniale pensatore aveva da dire in merito ai temi di nostro interesse quasi 40 anni fa, quando il termine “sviluppo sostenibile” era ben lontano dal venire anche solo concepito. Erano i tempi della guerra in Vietnam, del primo shock petrolifero, delle contestazioni, dei colpi di stato e del Club di Roma che per la prima volta parlava di “limiti dello sviluppo”. Un’invito a riflettere su, evidenziare, criticare i contenuti di questo saggio per vedere quanto di essi ha resistito alla prova del tempo. Per dirla con Illich: solo la democrazia partecipativa crea le condizioni per un utilizzo razionale della tecnologia.

Il saggio di Illich venne poi ripreso da Jean Robert in “Tempo Rubato”, lavoro che osserva e analizza i trasporti urbani: pubblicato all’inizio degli anni 90 da Red Edizioni, è ormai introvabile in Italia. Potete trovarne una versione pdf scaricabile qui. Un ottimo complemento ad Energia ed equità, da leggere sempre con spirito critico, partecipativo e propositivo. Qui invece potete acquistare Energia ed Equità del quale vi proponiamo premessa e primo capitolo:

Premessa

La prima stesura di questo saggio apparve su “ Le Monde ” all’inizio del 1973. Nell’accettarne il testo il venerando direttore del giornale suggerì, mentre pranzavamo insieme a Parigi, un unico cambiamento: gli pareva che un’espressione tecnica poco nota come “ crisi energetica ” fosse fuori luogo nella frase iniziale d’un articolo ch’egli intendeva stampare in prima pagina. Riguardando ora il saggio, mi colpisce la rapidità con cui in appena cinque anni sono cambiati il linguaggio e i temi; ma altrettanto mi colpisce il lento e però costante aumento di coloro che si schierano in favore dell’alternativa radicale alla società industriale, cioè per la modernità conviviale a basso con sumo di energia.

In questo saggio io sostengo che, in determinate circo stanze, una tecnologia incorpora a tal punto i valori della società per la quale fu inventata, che questi valori finiscono col dominare in ogni società che poi applichi la medesima tecnologia. La struttura materiale dei mezzi di produzione può dunque incorporare irrimediabilmente un pregiudizio di classe. La tecnologia ad alto contenuto di energia, almeno nella sua applicazione al traffico, ne è un chiaro esempio.

Ovviamente, si tratta di una tesi che mina la legittimità di quei professionisti che monopolizzano l’esercizio di tali tecnologie. Essa riesce particolarmente sgradita a coloro che, all’interno delle professioni, cercano di servire la col lettività usando la fraseologia della lotta di classe col proposito di sostituire ai “ capitalisti ”, che ora governano la politica delle istituzioni, professionisti o anche profani ma che accettino i criteri di giudizio professionali. Prin cipalmente per influenza di questi professionisti “ radicali ”la mia tesi, dapprima accolta come una stranezza, in ap pena cinque anni è diventata un’eresia che attira un bom bardamento di ingiurie.

La distinzione che qui viene avanzata non è tuttavia una novità. Io contrappongo degli strumenti che si possono usare per generare valori d’uso ad altri che non sono in vece utilizzabili se non per produrre valori di scambio, merci. Ultimamente questa distinzione è stata rimessa in evidenza da una grande varietà di studiosi; di fatto, l’in sistenza sulla necessità di un equilibrio tra strumenti con viviali e strumenti industriali è l’elemento comune che caratterizza un’emergente concordanza tra i gruppi impe gnati su posizioni politiche radicali. Una magnifica guida bibliografica su questo argomento è stata pubblicata nel volume Radicai Technology (Londra e New York 1976) dai redattori di “ Undercurrents ”. Valentino Borremans ha redatto, ad uso dei bibliotecari, una guida alle pubbli cazioni esistenti sugli strumenti moderni orientati verso la produzione di valori d’uso (Guide to convivial tools, vol. 130 della serie Special Reports del “ Library Journal ”, Bowker Company, New York 1979). La tesi specifica sulle soglie di energia socialmente critiche nel campo del tra sporto da me esposta in questo saggio, è stata sviluppata e documentata dai colleghi Jean-Pierre Dupuy e Jean Robert in due libri che hanno scritto assieme: La trahison de l’opulence (Parigi 1976) e Les chronophages (Parigi 1978).

La crisi energetica

Da qualche tempo è venuto di moda parlare di un’immi nente crisi energetica. Questo eufemismo occulta una con traddizione e consacra un’illusione. Maschera la contraddizione che è implicita nel perseguire assieme l’equità e lo sviluppo industriale; fa salva l’illusione che la potenza della macchina possa sostituire indefinitamente il lavoro dell’uomo. Per superare la contraddizione e dissolvere l’illusione, è urgente chiarire quella realtà che viene oscurata dal linguaggio della crisi: e la realtà è che elevati quanta di energia degradano le relazioni sociali con la stessa ineluttabilità con cui distruggono l’ambiente fisico.

Coloro che parlano di crisi energetica credono in una particolare idea dell’uomo e continuano a propagarla. Se condo questa concezione l’uomo nasce, e resta per tutta la vita, dipendente da schiavi che deve faticosamente im parare a dominare. Se non dispone di prigionieri, ha bisogno di macchine che compiano gran parte del suo lavoro. Si può misurare il benessere d’una società, secondo tale dottrina, dal numero degli anni che i suoi membri hanno trascorso a scuola e dal numero degli schiavi energetici che hanno così imparato a governare. Questa convinzione è comune a tutte le contrastanti ideologie economiche at tualmente in voga. E’ messa in pericolo dalle evidenti ini quità, molestie e impotenze che si manifestano ovunque quando le orde voraci degli schiavi energetici superano oltre un certo rapporto il numero delle persone. La crisi energetica concentra le preoccupazioni sulla scarsità del foraggio disponibile per questi schiavi. Io preferisco chiedermi se gli uomini liberi hanno bisogno di essi.

Gli indirizzi di politica energetica che verranno adottati nel decennio in corso determineranno la portata e il carattere delle relazioni sociali che una società potrà avere nell’anno 2000. Una politica di bassi consumi di energia permette un’ampia scelta di stili di vita e di culture. Se invece una società opta per un elevato consumo di energia, le sue relazioni sociali non potranno che essere determinate dalla tecnocrazia e saranno degradanti comunque vengano etichettate, capitaliste o socialiste.

In questo momento le società, specie quelle povere, sono per lo più ancora libere di seguire nel campo del l’energia uno di questi tre indirizzi: possono identificare il benessere con un forte consumo energetico pro capite, o con il conseguimento di un’elevata efficienza nella tra sformazione dell’energia, oppure ancora con il minor uso possibile di energia meccanica da parte dei membri più potenti della società. Il primo orientamento punterebbe su una gestione rigida di combustibili rari e distruttivi a vantaggio dell’industria, mentre il secondo metterebbe l’accento su una riattrezzatura dell’apparato industriale nel l’interesse del risparmio termodinamico. Questi due primi atteggiamenti comportano ingenti investimenti pubblici e un accentuato controllo sociale; entrambi giustificano l’avvento di un Leviatano computerizzato, e sono oggi contestati da più parti.

La possibilità di una terza scelta è percepita da ben pochi. Mentre si è cominciato ad accettare, come condi zione per sopravvivere fisicamente, qualche limitazione ecologica al consumo energetico massimo pro capite, non si arriva ancora a vedere nell’impiego del minimo possibile di potenza il fondamento di una varietà di ordinamenti sociali che sarebbero tutti moderni quanto desiderabili. E tuttavia solo stabilendo un tetto all’uso di energia si possono ottenere rapporti sociali che siano contraddistinti da alti livelli di equità. L’unica scelta attualmente trascurata è la sola che sia alla portata di ogni nazione. E’ pure la sola strategia che permetta di usare una procedura politica per porre limiti al potere anche del più motorizzato dei burocrati. La democrazia partecipativa postula una tecnologia a basso livello energetico; e solo la democrazia par tecipativa crea le condizioni per una tecnologia razionale.

Ciò che in genere si perde di vista è che l’equità e l’energia possono crescere parallelamente solo sino a un certo punto. Al di sotto di una certa soglia di watt pro capite, i motori forniscono condizioni migliori per il progresso sociale. Al di sopra di quella soglia, l’energia cresce a spese dell’equità. Ogni sovrappiù di energia significa allora un restringimento del controllo sull’energia stessa.

La diffusa convinzione che un’energia pulita e abbondante sarebbe la panacea di tutti i mali sociali è dovuta a un inganno politico, secondo cui l’equità e il consumo d’energia possono stare in correlazione all’infinito, almeno in certe condizioni politiche ideali. Vittime di questa illu sione, tendiamo a ignorare qualunque limite sociale della crescita del consumo energetico. Ma se hanno ragione gli ecologi ad affermare che la potenza non metabolica è in quinante, è di fatto altrettanto inevitabile che, al di là d’una certa soglia, la potenza meccanica produca guasti. La soglia oltre la quale comincia la disgregazione sociale indotta da alti quanta di energia non coincide con quella dove la trasformazione dell’energia comincia a produrre distruzione fisica; espressa in cavalli-vapore, è sicuramente più bassa.. E’questo il fatto che va riconosciuto in via teorica perché si possa affrontare sul piano politico il problema del wattaggio pro capite che la società deve porre come limite ai propri membri.

Anche ammettendo che una potenza non inquinante sia ottenibile e in abbondanza, resta il fatto che l’impiego di energia su scala di massa agisce sulla società al pari di una droga fisicamente innocua ma assoggettante per la psi che. Una collettività può scegliere tra il Metadone e la disintossicazione, tra il restare dipendente da un’energia estranea e il liberarsene con spasmi dolorosi: ma nessuna può avere una popolazione che sia incatenata a un sempre maggior numero di schiavi energetici e che nello stesso tempo sia fatta di individui autonomamente attivi.

In altri scritti ho mostrato come, al di là d’un certo li vello di PNL pro capite, il costo del controllo sociale non possa che aumentare più in fretta del prodotto globale, diventando la principale attività istituzionale all’interno di una economia. La terapia somministrata dagli educatori, dagli psichiatri e dagli assistenti sociali non può che con vergere verso i medesimi obiettivi dei pianificatori, dei managers e dei venditori, e divenire complementare ai ser vizi degli organi di sicurezza, delle forze armate e della polizia. Qui vorrei ora indicare uno dei motivi per cui l’aumento della ricchezza impone un più accentuato con trollo sociale. Sostengo che, al di là di una certa  mediana del livello di energia pro capite, il sistema politico e il contesto culturale di una società non possono che degradarsi. Una volta oltrepassato il quantum critico di energia pro capite, è ineluttabile che le garanzie giuridiche del l’iniziativa personale e concreta vengano soppiantate dal l’educazione agli astratti obiettivi di una burocrazia. Questo quantum segna il limite dell’ordine sociale.

Intendo qui sostenere che la tecnocrazia prevale neces sariamente non appena il rapporto tra potenza meccanica ed energia metabolica oltrepassa una soglia precisa e ri conoscibile. L’ordine di grandezza entro cui si trova que sta soglia è in buona parte indipendente dal livello della tecnologia applicata; tuttavia, nei paesi ricchi e in quelli medio-ricchi, la sua stessa esistenza è finita nel punto cieco dell’immaginazione sociale. Tanto gli Stati Uniti quanto il Messico hanno superato questa linea di demarcazione; in entrambi i paesi, ad ogni nuova aggiunta di energia si aggravano l’ineguaglianza, l’inefficienza e l’impotenza delle persone. Benché un paese abbia un reddito pro capite di soli 500 dollari e l’altro di oltre 5000, gli enormi interessi costituiti dell’infrastruttura industriale spingono entrambi ad accrescere sempre più il consumo di energia. Una conseguenza è che sia gli ideologi statunitensi sia quelli mes sicani chiamano “ crisi energetica ” la loro frustrazione, ed entrambi i paesi non riescono a vedere che la minaccia di collasso sociale non deriva né da carenza di combustibile né dal modo dilapidatorio, inquinante e irrazionale con cui viene impiegata la potenza disponibile, bensì dal continuo sforzo dell’industria rivolto a ingozzare la società con quantitativi di energia che inevitabilmente de gradano, depauperano e frustrano la maggioranza della gente.

Un popolo può essere altrettanto pericolosamente ipernutrito dalla potenza dei propri strumenti quanto dal con tenuto calorico dei propri cibi, ma è assai più difficile riconoscere un debole nazionale per i watt che non per una dieta malsana. Il wattaggio pro capite che segna il punto critico per il benessere sociale sta entro un ordine di grandezza che è assai superiore alla quantità di cavalli-vapore nota ai quattro quinti dell’umanità e assai inferiore alla potenza controllata da chi guidi una Volkswagen. Non se ne rende conto né il sottoconsumatore né il sovra consumatore. Né l’uno né l’altro è disposto a guardare in faccia la realtà Per quanto riguarda il primitivo, l’eliminazione della schiavitù e della fatica più ingrata dipende dall’introduzione di un’adeguata tecnologia moderna, men tre quanto al ricco l’evitare una degradazione ancor più spaventosa dipende dall’efficace riconoscimento di una soglia nel consumo energetico oltre la quale i processi tecnici cominciano a determinare le relazioni sociali. Sia dal punto di vista biologico sia da quello sociale, le calorie sono benefiche solo fin quando rimangono entro lo stretto margine che separa l’abbastanza dal troppo.

La cosiddetta crisi energetica è dunque un concetto politicamente ambiguo. L’interesse pubblico ai quanta di energia e alla distribuzione del controllo sul loro impiego può portare in due direzioni opposte. Da una parte si possono porre domande suscettibili di aprire la via a una ricostruzione politica sbloccando la ricerca di un’economia post-industriale ad alta intensità di lavoro, a basso con­tenuto di energia e ad alto grado di equità. Dall’altra parte l’isterico affanno per l’alimentazione delle macchine può dare un ulteriore impulso all’attuale sviluppo istituzionale a forte intensità di capitale e portarci al di là del l’ultima curva che ci separa da un Armageddon iperindustriale. La ricostruzione politica presuppone il riconosci mento del fatto che esistono dei quanta pro capite critici, superati i quali l’energia non è più controllabile per via politica. Dall’altro canto, le restrizioni ecologiche al consumo energetico globale imposte da pianificatori di mentalità industriale inclini a mantenere la produzione delle industrie a un ipotetico livello massimo non potrebbero che sfociare nell’imposizione d’una gigantesca camicia di forza all’intera società.

I paesi ricchi come gli Stati Uniti, il Giappone o la Francia potranno forse non arrivare mai al punto di soffocare tra i propri rifiuti, ma solo perché già prima queste società saranno sprofondate in un coma dell’energia socioculturale. Paesi come l’India, la Birmania e, almeno ancora per qualche tempo, la Cina hanno invece tuttora una potenza muscolare sufficiente a prevenire un infarto energetico; sarebbero in condizione di scegliere, adesso, di rimanere entro quei limiti ai quali i ricchi saranno costretti a tornare passando per la perdita completa delle loro libertà.

Scegliere un’economia a contenuto minimo di energia costringe il povero a rinunciare alle attese fantastiche e il ricco a riconoscere nei propri interessi costituiti una passività tremenda. Entrambi devono rifiutare l’immagine funesta dell’uomo come schiavista, attualmente promossa da una fame di maggiori risorse energetiche che è stimolata da motivi ideologici. Nei paesi giunti all’opulenza grazie allo sviluppo industriale, la crisi energetica serve da pretesto per aumentare il prelievo fiscale necessario per sostituire nuovi procedimenti industriali, più “ razionali ”e socialmente ancor più micidiali, a quelli resi obsoleti da una superespansione inefficiente. Per i dirigenti dei popoli non ancora dominati dal medesimo processo di industrializzazione, la crisi energetica rappresenta unimperativo storico che ordina di accentrare la produzione, l’inquinamento e il loro controllo, in un estremo tentativo di raggiungere le nazioni più potenti. Esportando la loro crisi e predicando il nuovo verbo del culto puritano dell’energia, i ricchi arrecano ai poveri ancora più danno di quanto ne arrecassero vendendogli i prodotti delle loro vecchie fabbriche. Nel momento in cui un paese povero sposa l’idea che una maggiore quantità di energia più attentamente gestita darà sempre come risultato un maggior vo lume di beni per più persone, quel paese si chiude nella gabbia dell’asservimento al massimo sviluppo del prodotto industriale. E’ inevitabile che i poveri perdano la possibilità di optare per una tecnologia razionale una volta deciso di modernizzare la loro povertà accrescendo la propria dipendenza dall’energia. Inevitabilmente i poveri si precludono qualunque tecnologia liberatrice e qualunque politica partecipativa allorché, insieme al massimo possibile di impieghi energetici, accettano e non possono non accettare il massimo possibile di controllo sociale.

La crisi energetica non si può superare con un sovrappiù di energia. Si può soltanto dissolverla, insieme con l’illusione che fa dipendere il benessere dal numero di schiavi energetici che un uomo ha sotto di sé. A questo scopo, è necessario identificare le soglie al di là delle quali l’energia produce guasti, e farlo attraverso un processo politico che impegni tutta la comunità nella ricerca di tali limiti. Poiché questo tipo di ricerca va in senso opposto a quella che viene svolta oggi dagli esperti e per conto delle istituzioni, io continuerò a chiamarla contro-ricerca. Essa si compone di tre fasi: in primo luogo bisogna riconoscere sul piano teorico come imperativo so ciale la necessità di porre dei limiti al consumo di energia pro capite; quindi bisogna individuare la fascia entro la quale potrebbe trovarsi la grandezza critica; infine bisogna che ciascuna comunità metta in luce la somma di iniquità, di fastidio e di condizionamento che i suoi membri sono portati a tollerare per avere la soddisfazione di idolatrare potenti congegni e prender parte ai relativi riti diretti dai professionisti che ne regolano il funzionamento.

La necessità di una ricerca politica sui quanta di energia socialmente ottimali è illustrabile in maniera chiara e succinta esaminando il traffico moderno. Gli Stati Uniti investono nei veicoli tra il 25 e il 45 per cento (a seconda dei criteri di calcolo) di tutta l’energia di cui dispongono: per fabbricarli, per farli muovere e per assicurare loro un diritto di passaggio quando scorrono, quando volano e quando sono lasciati in sosta. La maggior parte di questa energia serve a spostare persone immobilizzate con delle cinghie. Al solo scopo di trasportare gente, 250 milioni di americani destinano più combustibile di quanto ne impiegano 1,3 miliardi di cinesi e di indiani per tutti i loro scopi. Quasi tutto questo combustibile viene bruciato per la danza della pioggia di un’accelerazione dissipatrice di tempo. I paesi poveri spendono meno energia pro capite, ma la percentuale dell’energia assorbita dal traffico in Messico o in Perù è probabilmente superiore a quella degli Stati Uniti, e ne beneficia una fetta più piccola della popolazione. Le dimensioni di questa faccenda permettono di dimostrare in maniera tanto facile quanto significativa, attraverso l’esempio della mobilità personale, come esistano dei quanta di energia socialmente critici.

Nella circolazione, l’energia impiegata in una determinata unità di tempo (potenza) si traduce in velocità. In questo caso, il quantum critico si configurerà come limite della velocità. Ovunque sia stato oltrepassato questo limite, è emerso il disegno essenziale della degradazione sociale dovuta a elevati quanta di energia. Ogni volta che un mezzo pubblico ha superato i 25 chilometri orari, è diminuita l’equità mentre aumentava la penuria sia di tempo che di spazio. Il trasporto a motore ha monopolizzato il traffico, bloccando il movimento alimentato dal l’energia corporea (che chiamerò “ transito ”).In tutti i paesi occidentali, nel giro di cinquant’anni dall’inaugurazione della prima ferrovia, il numero dei chilometri/passeggero coperti con tutti i mezzi di trasporto si è molti­plicato per cento. Quando il rapporto tra le rispettive erogazioni di potenza ha oltrepassato un certo valore, i trasformatori meccanici di combustibili minerali hanno tolto alla gente la possibilità di usare la propria energia metabolica, costringendola a diventare consumatrice forzata di mezzi di trasporto. A questo effetto esercitato dalla velocità sull’autonomia degli individui, contribuiscono solo marginalmente le caratteristiche tecniche dei veicoli a motore oppure le persone o gli enti che di fronte alla legge risultano responsabili delle aviolinee, delle ferrovie, degli autobus o delle automobili: è l’alta velocità il fattore critico che rende socialmente distruttivo il trasporto. Una vera scelta tra indirizzi pratici e di relazioni sociali desiderabili è possibile solo laddove la velocità sia sottoposta a restrizioni. La democrazia partecipativa richiede una tecnologia a basso consumo energetico, e gli uomini liberi posso no percorrere la strada che conduce a relazioni sociali produttive solo alla velocità di una bicicletta[1].


[1] Parlo del traffico al fine di illustrare il più generale tema dell’impiego socia mente ottimale dell’energia, e mi limito alla locomozione delle persone, com prendendo i loro bagagli personali e il combustibile, i materiali e le attrezzature occorrenti per il veicolo e per la strada. Mi astengo volutamente dal considerare altri due tipi di traffico: quello delle merci e quello dei messaggi. Per ­entrambi si potrebbe fare un discorso analogo, che però esigerebbe un’argomentazione diversa, sicché la lascio da parte per un’altra occasione. (Questa nota figurava nella prima edizione del presente saggio: In quel periodo stavo preparando due studi che dovevano integrarlo: uno sulla storia del servizio postale, l’altro su equipaggi e carichi nella storia. Rinunciai a tutti e due i progetti per scrivere Nemesi medica.)

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Ivan Illich (Vienna, 4 settembre 1926 – Brema, 2 dicembre 2002) è stato uno scrittore, storico, pedagogista, sacerdote e filosofo austriaco. Viene però più spesso ricordato come libero pensatore, capace di uscire da qualsiasi schema preconcetto e di anticipare riflessioni affini a quelle altermondiste.

Il suo essenziale interesse fu rivolto all’analisi critica delle forme istituzionali in cui si esprime la società contemporanea, nei più diversi settori (dalla scuola all’economia alla medicina), ispirandosi a criteri di umanizzazione e convivialità, derivati anche dalla fede cristiana, così da poter essere riconosciuto come uno dei maggiori sociologi dei nostri tempi.

4 pensieri su “Invito alla lettura: Energia ed equità, Tempo Rubato

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