Kaohsiung 2010. Strategie di condivisione per un pianeta sempre più stretto. Parte I.

Lo share/transport, o co-mobilità, come chiave della soluzione al problema della mobilità urbana. Che permetta il rispetto delle esigenze individuali di spostamento di ognuno nel rispetto dell’ambiente, di un equa distribuzione delle risorse e del futuro del nostro sovraffollato pianeta. E’ questo il messaggio che ci lascia Eric Britton in questa riflessione introduttiva alla conferenza di Kaohsiung.

di Eric Britton

Dopo parecchi decenni di predominio di un unico modello di trasporto che ha trasformato le aree urbane – vale a dire un modello pensato unicamente per coloro che possono permetterselo: intorno al possesso e all’utilizzo massiccio dell’automobile, dei camion, delle moto e delle biciclette, all’utilizzo individuale dei taxi, alla trasformazione delle vie in spazi dedicati quasi unicamente al trasporto motorizzato privato – siamo di fronte alla realtà evidente dell’avvento di diverse pratiche di nuova mobilità che sotto molti aspetti stanno cambiando i trasporti e il paesaggio urbano. Hanno molto a che fare con la condivisione, in opposizione alla pura e semplice proprietà privata. Ma strano a dirsi, questa tendenza pare essere sfuggita completamente all’attenzione dei politici responsabili delle istituzioni direttamente coinvolte nel settore trasporti.

La condivisione nel XXI secolo: rimodellerà le nostre città?

Share/transport, o co-mobilità, quella terra di mezzo ampiamente inesplorata di possibilità di spostamento a basse emissioni, di grande impatto e già disponibili che si situa nell’ampio spazio vuoto lasciato dai due estremi dominanti del “trasporto privato” (anche se su strade pubbliche) e il “trasporto collettivo” (con orari e percorsi fissi, di solito finanziato da fondi pubblici). La terza via al trasporto urbano?

La condivisione dei trasporti rappresenta una tendenza importante, che sta già cominciando a ridisegnare quanto meno delle porzioni di alcune città. Si tratta di un movimento d’avanguardia presente nelle città più benestanti e vivibili del pianeta – non solo una scelta trasportistica di seconda mano calata dall’alto e destinata ai poveracci.

Tenendo questo a mente esamineremo non solo pregi e difetti delle singole modalità di condivisione dei trasporti, ma cercheremo anche di collocare queste ultime in un più ampio contesto che spieghi i motivi che portano la gente a condividere. E quelli che la portano a non farlo. E in questo processo cercheremo di trovare dei modi per capire cosa serve per creare un nuovo ambiente che favorisca scelte di condivisione piuttosto che di utilizzo e proprietà privata nel campo della mobilità nelle città di tutto il mondo.

La città di Kaohsiung ha organizzato, in partnership con l’Istituto Cinese per i Trasporti, una conferenza internazionale che si terrà dal 16 al 19 settembre per dare il suo contributo a una migliore comprensione di questo campo in rapida esapnsione eppure ancora pochissimo analizzato. Durante la conferenza verranno analizzati i concetti generali della condivisione nel XXI secolo. Quindi, definita la cornice generale, si procederà ad analizzare la condivisione come principio gestionale ed organizzativo in ciascuna della modalità di trasporto che stanno velocemente affermandosi nelle città di tutto il mondo.

Il concetto di trasporto condiviso è allo stesso tempo nuovo ed antico, riguarda la sfera informale come quella formale, ma soprattutto riguarda una realtà che sta crescendo molto rapidamente. Sta succedendo qualcosa di molto importante, e la conferenza di Kaohsiung osserverà questi fenomeni molto attentamente, nella speranza di riuscire a fornire una base concettuale più ampia che contribuisca a migliorare non solo le singole modalità di trasporto condiviso (car sharing, bike sharing, car pooling, taxi collettivi, shared space etc), ma di riuscire ad integrarle in modo da portare avanti con ancora maggiore forza la sostenibilità dei trasporti urbani nelle città di tutto il mondo.

Siamo a un punto di svolta? La condivisione sta già iniziando ad essere uno schema di rilevanza economica e sociale più ampiamente utilizzato di qualche anno fa? E’ possibile identificare dei concetti generali che possano essere utilizzati per migliorare la salute del pianeta e la qualità della vita delle persone? Cose dovete fare e su cosa dovete riflettere per far funzionare il vostro specifico progetto di condivisione nei trasporti? Questi sono alcuni dei temi che esamineremo durante la conferenza insieme a esperti nel campo dell’economia, della psicologia, della politica che a Kaohsiung si confronteranno con gli esperti dei trasporti per discutere di questi trend.

L’antefatto: è cominciato tutto con una storia d’amore.

Amore. Amore per chi, amore per che cosa? Se ne possediamo una amiamo la nostra auto (o bicicletta, barca, camion, metteteci voi quello che più vi riguarda). E quando siamo nella nostra vettura amiamo la privacy che riesce a garantirci. E la sua convenienza. E la nostra libertà di scelta, di andare dove lo desideriamo, quando lo vogliamo, e spesso veloci quanto ci piace. Ma soprattutto amiamo… noi stessi.

Prendiamo l’esempio delle auto e della gente: gli atteggiamenti di molti di noi riguardo all’idea del possesso e dell’utilizzo della nostra auto, cioè delle nostre personalissime una o due tonnellate di plastica, vetro ed acciaio alla cui guida sediamo lungo le pubbliche vie e piazze. Se chiedete a un Americano, a un Francese, a un Italiano o più o meno a chiunque su questo pianeta ha le possibilità di possedere un’automobile, di condurla e di parcheggiarla pagando solo una frazione dei suoi costi totali, se chiedete a queste persone cosa pensando dell’idea della condivisione – in sostituzione di quella della proprietà, per esempio, dell’auto – molto probabilmente queste vi guarderanno come se foste leggermente ritardati e con molta pazienza vi spiegheranno che gli Americani (o i Francesi, o gli Italiani, o i Cinesi, o….) amano le loro auto e che sono troppo individualisti per condividerle.

Quello che è strano dopo aver lavorato in questo campo in più di trenta paesi diversi per moltissimi anni è che ho raramente ricevuto una risposta da non specialisti del settore diversa da quella citata. Amiamo le nostre auto. Amiamo la nostra privacy. Amiamo la nostra libertà di scelta. Tombola! Fine della conversazione.

In un mondo del genere l’idea di condivisione sembra un prodotto molto difficile da vendere. Ma qual è esattamente il mondo nel quale viviamo oggi? Di sicuro non è più quello nel quale tutti questi comportamenti e valori di fondo presero forma. Se ci pensiamo un momento la situazione di oggi è quella di una serie di problemi tipici del XXI secolo che stiamo affrontando con una mentalità da XX. Proviamo a effettuare un veloce esercizio di riflessione.

Il mondo nel 2010 – Il gioco dei numeri

Cominciamo con una manciata di numeri, questi: 7, 1, 20, 5 e 1 (virgola qualcosa). Analizziamoli nel dettaglio.

Il primo numero è 7

In effetti si tratta di 7 miliardi. La popolazione di questo pianeta in qualche momento della seconda metà del prossimo anno. E’ un dato di fatto. Ci potete contare. Un numero enorme in continua e quotidiana crescita.

Il secondo numero è un semplicissimo 1

L’ammontare totale dei pianeti che abbiamo a disposizione. E a differenza dell’aumento demografico questo numero, dati gli attuali trend, non è destinato a modificarsi, almeno non nel senso di un aumento. Infatti molte cose sulle quali appoggiano la vita e la sua qualità sono in continuo ridimensionamento su questo piccolo, unico pianeta: la quantità di acqua potabile, le riserve di combustibili fossili e di risorse naturali, oltre naturalmente a molte altre. Inoltre, come risultato della crescita demografica e dei modi nei quali utilizziamo queste risorse e interagiamo con il nostro ambiente, il pianeta è sottoposto a pressioni esagerate su molti fronti. (Naturalmente lo sapete, ma riflettete con me su questo per un momento).

Se solo mettete questi due numeri insieme riuscite a calcolare la “giusta parte” di risorse che spetta a ogni individuo che vive sul pianeta. Per esempio questa mattina questo numero per me sarebbe intorno allo 0,00000000014285% delle disponibilità totali del pianeta. Dato che non posso davvero raffigurarmi mentalmente l’esatta quantità della mia fettina di pianeta, posso perlomeno intuire da tutti quegli zero che probabilmente non è qualcosa di molto consistente, quando si considera l’utilizzo di molte di queste risorse scarse e le sue conseguenze sull’ambiente.

Quando mettiamo questi due numeri insieme, possiamo prendere consapevolezza del fatto che saremo costretti in un modo o nell’altro ad effettuare dei cambiamenti. E non si tratta di un problema di scelta. In un modo o nell’altro le cose cambieranno. I cambiamenti potranno essere decisi da noi,  in un’ottica strategica – si spera – volta a creare un pianeta più sano e felice che consenta una vita migliore a tutti. Oppure possiamo continuare a comportarci come ci siamo comportati finora – e più precisamente continuare a proseguire alla cieca, costruendo muri ancora più alti, tirando su le scale, non cambiando niente fin quando potremo… e aspettando il futuro che ci cadrà addosso. Come potete vedere siamo di fronte a un grosso problema. Ma prima proviamo a proseguire nella nostra piccola lista di numeri per vedere se possiamo trovare un aiuto.

Dove si colloca il trasporto in tutto questo? Il terzo numero è 20…

In questo caso si tratta del 20 per cento. Questa è più o meno l’importanza relativa che riveste il settore trasporti mondiale in questo contesto più ampio. In un modo o nell’altro questa cifra salta sempre fuori: la percentuale sul totale delle emissioni di gas serra, di consumo di combustibili fossili, di prelievo totale di materie prime, di investimenti, di incidenza sui bilanci famigliari, e la lunga lista potrebbe proseguire.

La brutta notizia è che si tratta di un venti per cento particolarmente problematico perchè il totale delle attività del nostro settore sta crescendo ad un tasso particolarmente intenso. Il numero di automobili. Il numero di chilometri percorsi. L’enorme quantità di combustibili fossili necessaria per percorreli. Tempo perso nel traffico. Costi – fissi e variabili – crescenti. Conseguenze sulla salute. Eccetera. Così ci troviamo di fronte a quella che già di per sè rappresenta una bella fetta della sindrome che sta affliggendo il nostro pianeta sempre più piccolo che è peggiorata ulteriormente dal fatto che tutti questi aspetti negativi stanno subendo un processo di intensa accelerazione.

Comunque c’è una buona notizia prima di arrivare al numero finale, quello che più ci interessa: c’è un fenomeno sorprendente nel settore trasporti che sembra essere sfuggito all’attenzione degli esperti e dei politici, un fenomeno nel quale forse si può trovare la chiave della soluzione. E non solo per quanto riguarda il settore trasporti, ma – se solo riuscissimo a comprenderlo meglio – potrebbe anche fornire delle ispirazioni ad altri settori che contribuiscono a rendere la nostra vita quella che è, cioè il restante ottanta per cento. Diamogli velocemente un’occhiata.

Il quarto numero: 5

Si tratta in effetti di 5.000.000.000.000, cioè cinquemila miliardi. Di cosa si tratta? E’ una mia personalissima e approssimatissima stima del totale degli spostamenti individuali effettuati ogni anno – per lavoro, per visite mediche, per andare a prendere l’acqua o la legna per il fuoco, per accompagnare i bambini all’allenamento e cose del genere. Ci sono più di cinquemila miliardi di spostamenti che avvengono ogni anno – il che ci dà l’idea delle dimensioni della sfida che abbiamo di fronte.

Una enorme percentuale di questi spostamenti è effettuata da persone che si spostano a piedi o che utilizzano forme di trasporto attivo, non motorizzato. Ma se teniamo presente che ci sono circa un miliardo di autoveicoli sulle strade di tutto il mondo, possiamo capire che si tratta comunque di una sfida imponente sotto tutti i punti di vista.

La caratteristica più importante di questi spostamenti è che sono tutti praticamente effettuati e decisi in società pluralistiche e democratiche da singoli individui, cittadini che agiscono per proprie personalissime ragioni. Punto cruciale di ogni politica che voglia trovare dei rimedi in questo settore nelle nostre società democratiche e pluralistiche è che questi richiedono la capacità di trovare dei modi per comprendere e influenzare molti miliardi di piccole e personali decisioni prese da singoli cittadini e gruppi con opinioni molto differenti riguardo al modo migliore di spostarsi nella propria vita quotidiana. (E questo è un argomento che va ben al di là  del comprare camion per la spazzatura o autobus “ecodiesel” o alimentati da qualsiasi altro combustibile “verde”)

Infine l’ultimo 1.

In questo caso si tratta di qualcosa più di uno. Lo potete verificare voi stessi. Dovete solo uscire di casa e fare due passi fino a un punto di grande traffico su una via o un’autostrada di Kahosiung, Los Angeles, Delhi, Roma, o della vostra città. Mettetevi comodi e cominciate a contare il numero di persone che vedete in ogni veicolo che passa. Se è un’auto, un taxi o un camion la media di occupanti non sarà molto superiore all’unità. Se si tratta di un autobus, noterete che nella maggior parte dei casi molti posti sono vuoti (con quelle vistose eccezioni che tutti conosciamo). Si tratta solo di un indizio visivo, ma sappiamo anche che le statistiche lo confermano.

Qual’è la lezione?

Dobbiamo fare di meglio per garantire alti standard di mobilità, ma l’unico modo per farlo è quello di utilizzare i veicoli e le infrastrutture in maniera più efficiente. E qui è dove entra in scena il concetto di share/transport…


L’autore
Eric Britton, fondatore della New Mobility Agenda e di Ecoplan, si occupa da 40 anni di ambiente, sostenbilità e giustizia sociale, con un occhio particolare alla mobilità urbana. Ha lavorato come consulente di molte istituzioni, ONG e imprese. E’ stato l’ideatore dei Car Free Day e ha collaborato con l’amministrazione di Bogotà alla realizzazione del primo Dia Sin Carro della capitale colombiana, che ha dato l’avvio a una radicale riforma del sistema di trasporto di quella città. Per questo Bogotà ed Ecoplan hanno vinto lo Stockholm Challenge Prize per l’ambiente nell’anno 2000. Attualmente si occupa di tenere in vita World Streets, il quotidiano on line sulla mobilità sostenibile principale riferimento di Nuova Mobilità, a cui Eric contribuisce in maniera determinante. (altro)

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