I conti in tasca alla sostenibilità della politica.

Parlare di sostenibilità va molto di moda negli ultimi tempi. Gli ordini del giorno di diverse istituzioni pubbliche e non sono oggi più che mai pieni di impegni e scadenze che riguardano lo sviluppo sostenibile. Ma sotto questa facciata di efficientismo quanto c’è di davvero efficace? Non molto, stando a quanto ci racconta Alan Atkisson (e non solo lui).

La sostenibilità sotto assedio

Alan Atkisson

Leggere i giornali nelle ultime settimane non è stato facile per i difensori della sostenibilità, quanto meno nel mondo occidentale. Questo significa che le notizie parlavano di cose alquanto antipatiche per le future generazioni, per il nuovo pensiero economico, per la ricchezza sul lungo periodo, per la velocità delle innovazioni e, per quanto possa importare, per la vita sulla Terra. E’ come se la sostenibilità nella sua essenza sia sotto assedio, almeno ad opera dei governi nazionali – proprio quando il suo valore in termini economici ha acquistato una definitiva stabilità, ed è cresciuta drammaticamente la percezione della sua mancanza in termini economici e sociali.

La situazione.

Primo, il nuovo governo britannico ha tagliato i fondi per la Commissione per lo Sviluppo Sostenibile (www.sd-commission.org.uk). Questa Commissione, presieduta da Jonathan Porritt, ha avuto meriti straordinari nella produzione di un pensiero innnovativo e di una critica puntuale e illuminate durante l’ultimo decennio. Il suo impatto sulla Gran Bretagna è stato di grande portata. Ma si è fatto sentire anche sul resto del mondo.

Anche guardando la cosa dal punto di vista delle necessità di bilancio si tratta di una decisione sbagliata. La Commissione costava al governo britannico circa 3 milioni di sterline annue, ma seguendo i suoi consigli (meglio, solo alcuni dei suoi consigli) sulla conservazione dell’energia e altri argomenti simili, lo stesso governo stava già risparmiando una somma di parecchie volte superiore – e avrebbe potuto risparmiare molto di più.

All’estero, le relazioni della commissione hanno contribuito ad approfondire e anche a reinquadrare il dibattito sulla sostenibilità, in special modo il lavoro, ormai una pietra miliare, del Commissario Tim Jackson dal titolo “Prosperity without Growth” (Prosperità senza crescita), che oggi è diventato un saggio pubblicato da Earthscan. Un suggerimento: scaricate gratis il lavoro originale finchè resta attivo il sito della Commissione.

Sull’altra sponda dell’Atlantico, la  proposta di legge sull’energia e sul cambiamento climatico è stata bocciata dal Senato Statunitense – nonostante la supposta maggioranza di 60 democratici teoricamente favorevoli. Ostacolando la realizzazione di un miracolo politico, il Senato potrebbe avere sprecato la più grossa opportunità nella sua storia di inserire qualcosa di serio nella legislazione USA, e ha quantomeno sprecato del tempo prezioso.

Tornando su questa sponda dell’oceano, la Francia si è guadagnata le prime pagine dei giornali per il suo recente impegno a favore della sostenibilità, sia grazie al pacchetto di leggi  “Grenelle”, e l’appena inaugurata strategia nazionale sul “développement durable” (è interessante come molte lingue utilizzino il vocabolo “durevole” al posto di “sostenibile”).

Ma nello stesso tempo i miei colleghi Francesi mi dicono che i fondi effettivamente stanziati per questi programmi sono stati drasticamente tagliati; e secondo la stampa francese la nuova strategia nazionale “manca di qualunque dettaglio sui necessari investimenti da effettuare per finanziare la realizzazione dei suoi obiettivi” (Les Echos, 27 July 2010).

Contemporaneamente le notizie sullo stato di salute del nostro pianeta non ci hanno rincuorato affatto. Una recente ricerca sulla biodiversità a livello globale porta il titolo preoccupante di  “Dead Planet, Living Planet” – come un bicchiere mezzo vuoto.  Ironia della sorte, stiamo perdendo la battaglia per la biodiversità anche se riusciamo a capire molto meglio il suo valore effettivo in termini di fredda contabilità finanziaria – una somma che si situa da qualche parte tra i 21 e i 72 miliardi di dollari all’anno, secondo l’ultimo report del Programma Ambientale delle Nazioni Unite. Più o meno l’equivalente del Prodotto Mondiale Lordo ($ 58 miliardi nel 2008).

E di nuovo una relazione della NOAA, agenzia meteorologica dipendente dal ministero del commercio USA mostra una grande preoccupazione per il cambiamento climatico, mentre gli scienziati USA e britannici utilizzano parole come “innegabile” e “palesemente ovvio”. Anche il presidente Russo Medvedev sta parlando come un’attivista climatico in questi ultimi giorni, mentre il suo paese viene oppresso da ondate di caldo mai registrate in precedenza.

Così cosa dovrebbe fare un ottimista della sostenibilità di fronte a notizie pessime come queste?

Il nume tutelare della sostenibilità Lester Brown, in una lezione tenuta a Stoccolma ha risposto scherzando a questa domanda: “Mi viene fatta spesso, e ho una risposta di una parola: Bourbon”.

Ma la sua vera risposta, naturalmente, non è l’alcol, è l’azione, come dimostra il suo lavoro straordinario che dura da decenni.

E non un’azione qualsiasi: ma un’azione guidata da un pensiero strategico e unificante, che punti a ottenere impatti il più significativi possibile nel più breve arco di tempo possibile.

E’ per questo che attivisti di primo piano come Sara Parkin stanno scrivendo dei libri con titoli come “The Positive Deviant”. E’ per questo il mio ultimo saggio sta venendo ripubblicato con un nuovo titolo: “The Sustainability Transformation: How to Make Positive Change in Difficult Times.”

Perchè i cambiamenti positivi sono quelli per i quali lavorano gli ottimisti della sostenibilità, sempre, non importa contro quali avversità.

E la convinzione che cambiare il mondo può ancora essere possibile – nonostante il cinismo e la codardia che troppo spesso permeano le notizie sul clima e la biodiversità – è esattamente quello di cui ha bisogno il mondo.

Oggi più che mai.

© 2010 by Alan Atkisson. Contact information@atkisson.com per il permesso alla riproduzione.

Articolo originale: “Time to count the spoons”. Alan Atkinson on sustainability back-peddling

L’autore

Alan Atkisson si occupa di sostenibilità a livello professionale dal 1988 come direttore esecutivo della pionieristica rivista “In Context”, un trimestrale sulla cultura della sostenibilità. Nel 1990 è tra i fondatori della Sustainable Seattle Initiative, poi riconosciuta dalle Nazioni Unite come un progetto modello per lo sviluppo degli indicatori di sostenibilità urbana. Nel 1992 Alan cominciò a lavorare come consulente sulla sostenibilità fondando una piccola compagnia che è piano piano cresciuta fino a diventare l’AtKisson Group

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