Il ciclismo dovrebbe essere una banalissima modalità di trasporto, non uno sport estremo

Nuova Mobilità è sempre felicissima di scoprire che qualche media mainstream dà il giusto risalto a quelle che sono le problematiche della mobilità urbana sostenibile. Questo articolo è stato pubblicato niente meno che dal blog del Times nel settembre scorso. Sono riflessioni che ci piace portare in Italia, dove non siamo abituati ad associare problematiche apparentemente diverse tra loro come la mobilità e i rapporti di genere.


Dobbiamo liberarci del culto dell’automobile e dell’avanguardia ciclistico-maschilista in Lycra se vogliamo che molta più gente si sposti in bicicletta.

Janice Turner

Articolo originale: Cycling should be dull, not an extreme sport

Martedì mi sono recata al ministero del tesoro per un intervista con il Primo Ministro. Lungo tutta Horse Guards le transenne erano avvolte in avvisi della polizia: le biciclette eventualmente assicurate lì sarebbero state rimosse, magari anche fatte saltare per aria, dato che c’è il timore di bombe-bici, che si sono moltiplicate in diversi conflitti, dal Vietnam, all’Irlanda all’Iraq. Alla fine la mia pieghevole è stata portata all’interno da un impiegato preoccupatissimo di non ungersi il completo con il grasso della catena.

I ciclisti non sono ben accolti in nessun pubblico ufficio: il Parlamento, Portcullis House, Downing Street. E uno si chiede se le cose potranno cambiare quando George Osborne, che ogni mattina viene visto pedalare attraverso Hyde Park, smonterà finalmente al Tesoro.

I Tories a pedali – George, Dave e Boris – sono spesso presi in giro dai Laburisti come dei bellimbusti che si mettono in mostra sulle loro bici per farsi accreditare come “verdi”. Ma riflettono semplicemente i gusti e le attitudini della loro generazione e della loro classe sociale. Negli ultimi due anni, con gli attentati nella metropolitana e la minaccia terroristica,il numero dei ciclisti Londinesi è raddoppiato: ad ogni incrocio si raccoglie una folla di ricchi professionisti under-40 “ragazzi di George”.

Effettivamente per andare in bicicletta in Gran Bretagna al giorno d’oggi bisogna impersonificare la filosofia Tory fino in fondo: devi essere un duro temerario individualista, completamente responsabile del tuo destino, irriducibile avversario del collettivismo degli autobus e delle illogiche strade a senso unico.


Il problema è che, a giudicare da quel microcosmo che si muove negli uffici dell’amministrazione londinese, la politica Tory non punta a rendere più sicuro il ciclismo ma a stimolare le persone ad essere più coraggiose. Trasnport for London pubblicizza le 12 “nuove superstrade per biciclette” di Boris, che permetteranno ai ciclisti delle periferie di entrare velocemente a Londra. Queste strade saranno dotate delle protezioni necessarie a garantire alle due ruote la sicurezza di non essere stritolate da qualche SUV? Ehm, no. Per la maggior parte di questi tragitti dovremo ancora giocare agli autoscontri con autobus e moto – sì, grazie Boris, per aggiungere anche le Vespe alle nostre preoccupazioni. Le superstrade ciclabili del sindaco risultano essere solo linee su una mappa.

E ancora domenica scorsa, da St Paul a Buck House, le auto sono state allontanate dalle vie di Londra per la Mayor’s Skyride. Circa 65mila persone hanno onorato la nostra città, pedalando a fianco dei nostri rosei bambini senza, per una volta, avere il timore di finire sotto un camion. Se solo fosse così tutti i giorni, abbiamo gridato tutti, come se cittadini qualunque – anziani su biciclette da uomo, bimbe sui tricicli di Barbie, hippies in improbabili tacchi, eleganti professionisti in tweed su arrugginite biciclette da panettiere – che possono girare tranquillamente in bici fosse solo una fantasia.

Perchè in qualche altro posto i ciclisti sono proprio questo: una casuale porzione di varia umanità. Non un’avanguardia maschilista in Lycra pompata con il doping dell’aggressività e di un’autoreferenzialità moralista. Nelle tre nazioni più ciclabili d’Europa – la Danimarca, l’Olanda e la Germania – gli anziani vanno in bici, gli uomini come le donne, e i bambini vanno da soli a scuola pedalando. Il ciclismo non è un manifesto morale o un modo per compensare le emissioni di CO2. Non richiede nessuna voglia di passare alla storia, nessuna predisposizione e nemmeno ruote da 500 sterline. Andare in bicicletta è come dovrebbe essere: banale. Perchè è sicuro.


Sì, potreste dire, quei paesi sono sempre andati in bicicletta, proprio come le loro donne non si sono mai depilate le ascelle. Sono i loro modi, non i nostri. Effettivamente una ricerca affascinante, Making Cycling Irresistible, dei ricercatori americani John Puchera e Ralph Buehler,rivela che nei primi anni cinquanta il ciclismo in Gran Bretagna e in Danimarca cominciò a ridursi a causa dell’aumento del tasso di motorizzazione. Quindi, per alcuni anni a venire, la bicicletta fu un mezzo più utilizzato da noi che dai Danesi. A fare la differenza intervennero le decisioni prese a metà degli anni settanta da parte dei governi di Danimarca, Olanda e Germania che decisero di interrompere il dominio incontrastato delle auto nelle strade urbane valorizzando pedoni e ciclisti, mentre i Britannici permettevano che le città diventassero un terreno per le ruote delle auto. Eppure questi tre paesi hanno un tasso di motorizzazione pari al nostro – quello tedesco è addirittura maggiore – è solo che, differentemente da noi, non sono incollati al posto del guidatore.

Oggi solo l’1 per cento dei nostri spostamenti sono in bicicletta. In Olanda sono il 27 per cento. E il motivo è semplice: un ciclista inglese ha tre volte più probabilità di morire di uno olandese – anche se solo il tre per cento dei ciclisti olandesi indossa il casco. In Gran Bretagna la sicurezza è vista come una questione personale, non come qualcosa che riguarda la politica: eppure sono le strade ciclabili, non i caschi, che salvano le vite.

E con una lungimiranza piuttosto straordinaria, questi tre paesi hanno costruito chilometri e chilometri di corsie ciclabili protette lungo le arterie più importanti, ma, cosa ancora più importante, in molte vie residenziali le auto vegnono rallentate fino quasi a fermarsi e costrette a dare la precedenza ai ciclisti. Per garantirsi questo la legge ha stabilito che, a meno che non si riesca a provare il contrario, in un incidente tra un’auto e una bicicletta è la prima ad essere comunque dalla parte del torto. Quando, la settimana scorsa, questo stesso principio è stato suggerito da Cycling England, si è sollevato un prevedibilie putiferio sull’ottusità della lobby della lycra.

Ma forse costringerebbe gli idioti che sfrecciano lungo la strada di casa mia, dove il limite è di 20 miglia orarie, ad obbedire alle legge. Forse avrebbe spinto i Tir che durante delle svolte a sinistra hanno ucciso sei cicliste a Londra quest’anno (noi donne siamo più vulnerabili perchè tendiamo a pedalare “sulla difensiva” stando molto vicine al marciapiede) a controllare lo specchietto laterale. Due istruttrici di fitness, una produttrice cinematografica, una laureata Goldsmith, un’archietetto e una dirigente della City: quelle donne non erano affatto ottuse.

La risposta a tutti questi problemi moderni apparentemente irrisolvibili – obesità, congestione urbana, surriscaldamento globale – è la bicicletta. Quello che adesso appare come uno sport estremo dovrebbe essere la modalità di spostamento di default. Ma solo recentemente mi sono resa conto che i politici non investiranno mai nel lungo termine se gli iniziali sforzi e sacrifici chiesti agli elettori non vengono premiati prima delle elezioni successive. E occorreranno anni e miliardi di investimenti per ridimensionare il culto dell’auto, per costruire parcheggi per bici multipiano in ogni stazione ferroviaria, per costruire vere “superstrade per biciclette” attraverso le nostre città e invertire la rotta distruttiva di anni di progettazione urbana.

Solo quando la paura se ne sarà andata i maniaci smetteranno di passare con il rosso e di pedalare sui marciapiedi, le vie saranno rivendicate da pedoni e ciclisti e il monopolio delle biciclette tolto ai maschi rabbiosi con chiappe sode. I Tories hanno i coglioni per farlo? O è solo imbottitura quello che vedo nei loro pantaloncini da ciclista?

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L’autrice
Janice Turner scrive sul Times dal 2003 (in precedenza collaborava con il Guardian) e scrive principalmente, ma non solo, su problemi riguardanti la famiglia e le donne. I suoi articoli vengono pubblicati il sabato.

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