Archivi del giorno: 7 gennaio 2010

Il divorzio degli americani dall’automobile

In Italia c’è una grande preoccupazione da più parti per il calo di vendite nel settore automobilistico, al punto che quasi nessuno si oppone alle politiche degli incentivi all’acquisto, presentati con il fuorviante nome di ecoincentivi. Ma quanto ci conviene questa politica? Aiuterà davvero il settore automobilistico ad uscire dalla crisi che sta attraversando? Dagli USA un interessante articolo di Lester Brown.

Il secolare innamoramento degli americani per l’automobile sta entrando in crisi. La flotta automobilistica statunitense sembra sia arrivata al suo picco massimo e ha incominciato a ridursi. Nel 2009 i 14 milioni di autovetture rottamate sono state per la prima volta più dei 10 milioni di nuove auto vendute. Un saldo negativo di 4 milioni di veicoli, cioè il 2 per cento in meno in un anno. Anche se è un fenomeno largamente causato dalla recessione, le sue cause hanno diverse radici.

Il parco autoveicoli USA sarà in futuro il risultato della relazione tra due fattori: la vendita di auto nuove e la rottamazione di quelle vecchie. La rottamazione ha superato la vendita per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, riducendo il numero di vetture in circolazione dal suo massimo di tutti i tempi, 250 milioni, a 246 milioni (Dati verificabili su
http://www.earthpolicy.org/index.php?/plan_b_updates/2010/update87.) Questa situazione sembra destinata a ripetersi almeno fino al 2020.

Tra le cause del fenomeno possiamo indicare la saturazione del mercato, la crescente urbanizzazione, l’incertezza economica, l’incertezza sull’andamento dei prezzi del greggio e sul suo approvigionamento, la frustrazione conseguente alla congestione da traffico, la crescente preoccupazione per il surriscaldamento climatico e un sempre minore interesse per l’auto da parte delle nuove generazioni.

La saturazione del mercato potrebbe essere la causa principale al declino del parco circolante. Oggi negli USA ci sono 246 milioni di auto e 209 milioni di automobilisti patentati – 5 vetture ogni 4 guidatori. Quando è troppo è troppo?

L’auto prometteva mobilità, e negli USA ampiamente rurali di alcuni decenni fa la garantivano. Ma con 4 americani su 5 che vivono nelle città, la continua crescita del numero di auto in circolazione a un certo punto garantisce esattamente il suo opposto: l’immobilità. I costi della congestione, secondo il Texas Transportation Institute sono passati dai 17 miliardi di dollari del 1982 agli 87 miliardi di dollari del 2007.

Quasi tutte le città nord americane stanno attuando politiche del “bastone e della carota” per ridurre la congestione del traffico migliorando i servizi di trasporto pubblico e imponendo restrizioni all’utilizzo di automobili. Ovunque si inaugurano nuove linee tranviarie di superficie, nuove linee metropolitane, nuovi sistemi di bus rapid transit allo scopo di ridurre la dipendenza dall’auto. Nello stesso tempo l’aumento dei costi dell’automobile induce molti pendolari a rivolgersi al trasporto pubblico che ha visto aumentare la propria utenza del 9 per cento dal 2005 al 2008. Molte città stanno anche cominciando a progettare le strade in funzione di biciclette e pedoni, rendendo più facili gli spostamenti a piedi e sulle due ruote.

Anche le politiche di gestione dei parcheggi stanno cambiando. I vecchi regolamenti edilizi che prevedevano quattro posti auto ogni 1000 piedi quadrati di superficie commerciale oggi ne prevedono solo uno. Inoltre il costo del parcheggio su strada sta crescendo ovunque. A Washington passerà nei prossimi mesi da 75 centesimi a 2 dollari all’ora.

L’incertezza economica rende alcuni americani esitanti nel chiedere un prestito a lungo termine per l’acquisto di un’auto. Nell’attuale congiuntura le famiglie che avevano tre macchine ora ne hanno due, chi ne aveva due ne ha una. Alcuni rinunciano definitivamente all’auto. A Washington, dove c’è un buon servizio di trasporto pubblico, solo il 63 per cento delle famiglie possiede una macchina.

Un’incertezza più specifica del settore trasporti riguarda il prezzo dei carburanti. Adesso che gli automobilisti sanno che può arrivare a 4 dollari al gallone, si domandano se potrà in futuro raggiungere prezzi ancora più alti. Sanno che la maggior parte del greggio arriva dal Medio Oriente, area politicamente instabile.

Quello che è più interessante nel declino delle vendite di auto è il sempre minore interesse verso di esse da parte delle giovani generazioni. Per quelli cresciuti negli USA rurali di 50 anni fa, ottenere la patente e comprare un’auto o un pickup era un rito di passaggio. Accogliere a bordo altri coetanei e andarsene in giro era un passatempo molto popolare.

Al contrario, molti dei giovani urbanizzati di oggi imparano a vivere senza automobili. Socializzano attraverso internet e la telefonia mobile, non grazie alla macchina. Alcuni non si preoccupano neanche di prendere la patente. Questo aiuta a spiegare perchè, nonostante la più alta popolazione di adolescenti mai registrata negli Stati Uniti, il numero di questi con la patente, che era arrivata a 12 milioni nel 1978, è oggi sotto i 10 milioni. Se questo trend continua, il numero di giovani potenziali acquirenti di auto continuerà a diminuire.

Oltre al sempre minore interesse verso le auto, le giovani generazioni sono di fronte a serie difficoltà finanziarie. I redditi reali di ampi settori della società non stanno più aumentando. I giovani laureati già indebitati per pagarsi i corsi di studio sono spesso in difficoltà a trovare i finanziamenti per l’acquisto di un’auto. Chi entra per la prima volta nel mercato del lavoro è spesso più interessato a comperare un’assicurazione sanitaria che a comperare un’autovettura.

Nessuno sa quante automobili verranno vendute nei prossimi anni, ma considerate le diverse concause, le vendite di veicoli negli USA potrebbero non raggiungere più i 17 milioni di vetture raggiunte negli anni tra il 1999 e il 2007. Una cifra attendibile si attesta tra i 10 e i 14 milioni di unità annue.

I tassi di rottamazione sono più facili da prevedere. Se si considera un’aspettativa di vita di 15 anni, il numero di auto rottamate sarà uguale a quello delle auto vendute 15 anni prima. Questo significa che le macchine vendute nei primi anni del boom delle vendite avvenuto tra il 1994 e il 2007 (quando la media era tra i 15 e i 17 milioni di auto vendute) stanno arrivando alla pensione proprio in questo periodo. Anche se i modelli più recenti sono più durevoli di quelli venduti qualche anno fa, i tassi di rottamazione saranno più alti di quelli di acquisto almeno fino al 2020. Se si prevede una riduzione del parco circolante dell’1-2 per cento all’anno da qui al 2020, per quella data potremmo avere un suo ridimensionamento di circa il 10%, cioè circa 25 milioni di macchine in meno sulle strade.

A livello nazionale questo ridimensionamento, combinato con la maggiore efficienza dei nuovi motori, rinforzerà la tendenza alla riduzione del ricorso al petrolio, in atto già dal 2007. Questo significa minori esborsi per l’importazione di greggio e più capitale trattenuto e disponibile per investimenti sulla creazione di posti di lavoro all’interno degli USA. Se la gente camminerà e pedalerà di più, ci saranno meno inquinamento e meno malattie respiratorie, più esercizio fisico e meno obesità. Questo a sua volta ridurrà i costi delle cure sanitarie.

L’incipiente riduzione del parco auto significa anche che ci sarà pochissimo bisogno di costruire nuove strade ed autostrade. Meno auto in circolazione riducono i costi di manutenzione della rete stradale e indeboliscono la domanda di parcheggi su strada e coperti. Si sta anche preparando il terreno a maggiori investimenti nel settore del trasporto pubblico urbano e interurbano.

Gli Stati Uniti stanno entrando in una nuova era, uscendo da un sistema di trasporto monopolizzato dall’auto ed entrando in uno molto più diversificato. Questa transizione è determinata dalla saturazione del mercato, dai trend economici, da preoccupazioni ambientali e da un cambiamento culturale nell’atteggiamento verso l’auto da parte delle giovani generazioni. Nel suo dispiegarsi, questa evoluzione influenzerà ogni aspetto della vita.

Articolo originale tratto da Treehugger


Lester Brown è fondatore e presidente dell’Earth Policy Institute, definito dal Washington Post come “uno degli opinionisti più influenti del mondo” e come il “guru del movimento ambientalista globale” dal Telegraph di Calcutta.
Nel 1974 fondò il Worldwatch Institute, di cui è stato presidente per i primi 26 anni durante i quali ha realizzato numerose iniziative tra le quali il rapporto annuale sullo stato del pianeta.
Il suo lavoro più famoso è “Piano B”, che uscirà nella sua versione 4.0 nei prossimi mesi in Italia.