I maschi sono maschi: perchè è importante cambiarli nel dibattito sul clima

Nella triade che definisce le preoccupazioni di questo blog, mobilità, utilizzo del territorio ed emergenza climatica, dobbiamo essere in grado di prendere atto della realtà che molti problemi che affrontiamo oggi in questi campi sono la conseguenza della dominazione di un “vecchio ordine”, un certo modo di affrontare le cose che riteniamo ormai superato. Cosa abbiamo fatto di sbagliato? Cosa possiamo oggi? E cosa comporta questo in vista del COP15?

Quello che segue è l’ultimo di una serie di articoli che Nm sta dedicando al COP15 nei quali stiamo tentando di analizzare in profondità il processo che, ci piaccia o no, sta dando corpo al dibattito e alle decisioni. Un processo che ci sembra debba essere profondamente ridisegnato se vogliamo preservare il futuro del pianeta. Potete trovare un elenco dei post relativi all’argomento in fondo all’articolo.

Possiamo individuare il problema fondamentale che dà forma e limita l’intero processo di discussione? E se così, come possiamo fare velocemente la differenza?

E se il vero problema che distorce il dibattito sul clima fosse il seguente?

Ricordando che molti dei problemi che abbiamo oggi sono in molti casi il risultato di “soluzioni” precedenti, proviamo ad analizzare come quelle soluzioni vennero prese nel nostro campo di interesse.

In questo contesto potrebbe essere utile ricordare che quasi tutte le decisioni che hanno portato il nostro settore particolarmente inefficiente all’attuale situazione di impasse sono state generate da un’organizzazione politica, da una società e da una struttura decsionale che era (ed è) quasi completamente dominata dai… maschi.

Oltretutto, nel campo di nostro maggiore interesse, da maschi ai quali capitava di essere proprietari e guidatori di automobili. E, a causa di varie ragioni e automatismi, maschi ineluttabilmente legati alla cultura dell’auto.

E a proposito di questo, uno dei grossi problemi della cultura come ispiratrice delle decisioni è che, per sua natura, tende ad essere così coeva alla vita quotidiana e ai suoi valori che diventa quasi completamente invisibile. Ma ancora pesantemente al suo posto, il posto del guidatore.

Ora un osservatore viene colpito dal fatto che, se c’è qualche verità in questo ragionamento, il tempo passato a prestarle una reale attenzione è davvero poco, dato che forse lì si potrebbe trovare qualche indizio per cambiare la situazione.

Come prendere decisioni migliori, incluse quelle più importanti prese ai livelli più alti che in molti modi danno forma alle nostre vite e al nostro pianeta? Per esempio quelle prese ai tavoli dei consigli di amministrazione delle grandi multinazionali e delle istituzioni finanziarie? Nelle Amministrazioni Pubbliche e nei Parlamenti? Nei summit internazionali come il COP15 e in tutti quelli che speriamo seguiranno?

Così si potrebbe proporre di cambiare la struttura decisionale, spostandosi dalla realtà di oggi nella quale quasi tutti i paesi sono rappresentati, al COP15 come nelle altre isituzioni, dai maschi non solo in termini di numeri ma anche in quelli della visione della società, delle priorità e delle possibilità che sottendono le nostre decisioni su quello che bisogna fare.

Così adesso che lo sappiamo, proviamo a cambiare.

E se da un lato non sono affatto sicuro di come ci potremmo riuscire, prometto che una volta che lo avessimo fatto, una volta ristrutturate le nostre rappresentanze e le strutture decisionali soggiacenti in modo da creare “piena parità” di generi, emergerà una visione del problema completamente differente. E con essa differenti decisioni e conseguenti iniziative volte a preservare il pianeta e la vita dei nostri figli e nipoti.

Qualche considerazione finale sul concetto di “equilibrio di genere”.

Immaginiamo tre differenti tipologie di consessi decisionali: (a) tutti uomini, (b) per la maggior parte uomini e (c) parità di genere.

Mi sembra che (a) e (b) finiscano invariabilmente per essere sempre più o meno gli stessi in termini di risultati e impostazioni, con qualche rara eccezione dove la presenza di una o più donne particolarmente determinate e aggressive in rappresentanza della minuscola minoranza femminile possono far volare qualche scintilla e portare a differenti conclusioni.

D’altro lato quando osservate la situazione di “parità di genere” (definiamola per adesso come una presenza minima dell'”altro sesso” almeno del 35-40%) vedrete che qui si instaura un processo comunicativo e decisionale completamente differente. Il fatto è che (a) e (b) sono quasi interamente dominati da valori maschili, anche se in molti casi non sono evidenti. Ma ci sono e influenzano i termini della discussione e i risultati che ne conseguono.

Cos’ quando si tratta di parlare delle sorti del nostro pianeta, proviamo ad appoggiare questo concetto di piena parità dei sessi a tutti i livelli del dibattito sul clima. Se non lo facciamo perderemo questa guerra.

Eric Britton
Editor, World Streets

PS. Se avete qualche dubbio in proposito chiedete ai Norvegesi e agli altri Scandinavi. Capirete molte cose molto in fretta.

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Atri post sull’argomento reperibili su NM:

  1. Lo sporco segreto della mobilità sostenibile – 21 ottobre 2009
  2. Il pedal power è donna – 6 ottobre 2009
  3. Il campo e la pallina – 30 ottobre 2009
  4. Per il cambiamento climatico abbiamo pochi mesi – 5 novembre 2009
  5. Mobilità sostenibile al COP15? – 28 ottobre 2009

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