Lester Brown: per il cambiamento climatico dobbiamo agire in pochi mesi, non in pochi anni

World Streets e Nuova Mobilità non sono soli a essere preoccupati riguardo i risultati che il COP15 potrà ottenere. Lester Brown, fondatore e presidente dell’Earth Policy Institute, è stato intervistato dal Guardian e dato che il suo punto di vista sull’emergenza climatica è così vicino a quello che causa la nostra apprensione riguardo la necessità di una profonda ed immediata riforma dei trasporti, lo riproponiamo per intero.

Fonte: Countdown to Copenhagen. The Guardian. 3 Nov. 2009

Abbiamo solo dei mesi, non degli anni, per salvare la civiltà dal cambiamento climatico

Gli accordi internazionali richiedono troppo tempo, abbiamo bisogno di una mobilitazione massiccia, mai vista dalla fine della seconda guerra mondiale.

Per tutti coloro preoccupati dell’effetto serra, gli occhi sono puntati sulla conferenza di dicembre a Copnhagen. L’obiettivo non potrebbe essere più alto. Quasi tutte le ricerche dimostrano che il clima sta cambiando ancora più rapidamente di quello che ipotizzavano le angoscianti previsioni del rapporto del 2007 della Commissione Intergovernativa sul Cambiamento Climatico (IPCC).

Eppure, dal mio punto di vista privilegiato, mi sembra che il processo di negozazione sul clima stia rapidamente diventando obsoleto per due motivi. Primo, dato che nessun governo vuole concedere troppo rispetto agli altri, i risultati nel taglio delle emissioni saranno quasi certamente minimi, nemmeno lontanamente paragonabili alle drastiche riduzioni di cui abbiamo bisogno.

Secondo, dato che la ratificazione degli accordi è un processo che richiede anni, c’è la possibilità di arrivare fuori tempo massimo. Dico questo non per sostenere che non dovremmo partecipare ai negoziati e impegnarci a fondo per ottenere il miglior risultato possibile. Ma non dovremmo affidarci solo agli accordi internazionali per salvare la civiltà.

Salvare la civiltà richiederà uno sforzo enorme per tagliare le emissioni di CO2. La buona notizia è che possiamo farlo con le tecnologie correnti, che descrivo nel mio saggio: Plan B 4.0: Mobilizing to Save Civilization.

L’obiettivo è quello di stabilizzare il clima e la popolazione, sradicare la povertà e ristabilire il sostegno della natura al sistema economico. Bisogna raggiungere un taglio delle emissioni dell’80% entro il 2020, cercando di mantenere la concentrazione di CO2 nell’atmosfera sotto le 400 ppm nel tentativo di contenere l’aumento di temperatura. Obiettivo finale è quello di far scendere le concentrazioni sotto le 350 ppm, come sostenuto anche dal noto climatologo della Nasa, James Hansen, e da Rajendra Pachauri, direttore dell’IPCC.

Nel perseguire questo obiettivo non dobbiamo chiedere di fare solo quello che è politicamente popolare, ma piuttosto muoverci in maniera adeguata per salvare il ghiaccio della Groenlandia e almeno i più grandi ghiacciai del Tibet. Si tratta di una questione di sicurezza alimentare per tutti.

Fortunatamente per noi, le energie rinnovabili si stanno sviluppando a un tasso e su una scala che non ci saremmo nemmeno immaginati solo un anno fa. Negli Stati Uniti, un potente movimento popolare contrario all’installazione di nuove centrali a carbone ha di fatto portato ad una moratoria sulla loro costruzione. Questo movimento non si è preoccupato minimamente dei negoziati internazionali. I leader di questo movimento non hanno mai detto che volevano fermare la costruzione di nuove centrali solo se lo avrebbero fatto gli Europei, i Cinesi o il resto del mondo. Sono andati avanti unilateralmente sapendo che se gli USA non avrebbero tagliato velocemente le emissioni, il mondo avrebbe avuto grossi problemi.

Per quel che riguarda l’energia eolica abbondante e pulita, lo stato del Texas, di gran lunga il maggior produttore interno di petrolio, ha già installato 8000 MW di capacità di generazione dal vento, altri 1000 MW in costruzione e moltissimi altri MW in progettazione che porteranno la capacità eolica di quello stato a più di 50.000 MW (circa 50 centrali a carbone). Questo è più di quanto serve per soddisfare i bisogni residenziali dei 24 milioni di texani.

E benchè molti siano pronti a puntare il dito contro la Cina per la costruzione più o meno settimanale di nuove centrali a carbone, la superpotenza sta progettando la costruzione di sei megacentrali eoliche per una capacità generativa di 105mila megawatt. Questo in aggiunta alle ormai molte centrali di medie dimensioni già operative o in costruzione.

Il solare è oggia la fonte di energia più in crescita. Un consorzio di multinazionali europee e di istituti di credito ha annunciato l’intenzione di sviluppare un progetto di produzione massiccia di energia elettrica dal solare termico in Nord Africa, gran parte della quale destinata all’esportazione in europa. In totale potrebbe soddisfare la metà del fabbisogno europeo di energia elettrica.

Potrei citare molti più esempi. IL punto principale è che la transizione dalla produzione di energia basata su combustibili fossili a una produzione da fonti rinnovabili sta procedendo molto più velocemente di quello che la maggior parte della gente pensa, e può venire ulteriormente accelerata.

La sfida è come farlo velocemente. La risposta sta in una mobilitazione da stato di guerra, non dissimile dallo sforzo che sostennero gli STati Uniti quando si coinvelsoro nel secondo conflitto mondiale, ristrutturando la propria economia non in qualche decina di anni, ma nel giro di qualche mese. Non sappiamo esattamente quanto tempo ci rimane per poter effettuare un tale sforzo, ma sappiamo che stiamo arrivando agli sgoccioli. Il cronometrista è la natura e noi non possiamo vedere l’orologio.

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Per il pezzo originale ed i commenti http://www.guardian.co.uk/environment/cif-green/2009/nov/03/lester-brown-copenhagen


Lester R Brown è presidente dell’Earth Policy Institute e autore di Plan B 4.0: Mobilizing to Save Civilization. Può essere contattato a epi@earthpolicy.org.

Nota di NM:

Anche se il nostro tipo di approccio a questi problemi è abbastanza differente da quello fatto proprio dall’articolo, condividiamo senz’altro il senso di urgenza di Lester Brown. E un considerevole senso di sconforto per quello che ci aspettiamo possa venir fuori da Copenhagen. Non che manchino le persone che si impegnano seriamente per ottenere qualche genere di risultato, ma come abbiamo già sottolineato nel nostro post del 30 ottobre siamo chiaramente in una situazione dove la palla (il problema planetario) è più grande del campo (le istituzioni preposte a risolverlo). Così ci vuole qualcuno che cominci a ridisegnare le linee.

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