L’inferno e le buone intenzioni

Il governo del Bengala, dopo una serie di rinvii e ricorsi, ha finalmente deciso di applicare quanto disposto dalla Corte Suprema di Calcutta per ridurre l’inquinamento da autoveicoli, vietando la circolazione ai veicoli commerciali che hanno più di 15 anni. Gli ambientalisti locali applaudono. Noi se fossimo in loro non saremmo così entusiasti.

Il divieto riguarderebbe 2500 autobus, 500 minibus e 6000 taxi, circa un quarto del totale dei veicoli commerciali circolanti a Calcutta.

Secondo il Segretario dei Trasporti del Bengala, Sumantra Choudhury, la responsabilità di una misura così drastica èd a addebitare agli operatori che non si sono preoccupati di sostituire i vecchi veicoli a tempo debito. In molti incidenti mortali accaduti recentemente sulle strade di Calcutta i veicoli coinvolti erano molto vecchi e i proprietari ricorrevano a sistemi fuorilegge per continuare a farli funzionare.

Le compagnie di trasporto sostengono che sostituire vecchi autobus con nuovi è un processo che richiede tempo e che togliere improvvisamente dalla circolazione un numero così alto di mezzi creerà parecchi disagi nel prossimo futuro.

Tre le altre misure prese ci sono l’obbligo di conversione a metano o a GPL per tutti i risciò motorizzati e l’eliminazione di tutte le automobili con motore a due tempi.


Nell’area metropolitana di Calcutta (14 milioni di abitanti, 5 dei quali concentrati nella capitale) ci sono 1.5 milioni di veicoli circolanti su una rete stradale di circa 1450 km. La velocità media di circolazione è di 5 km/h.

La decisione è stata accolta con grande entusiasmo dagli ecologisti indiani che istituiranno un comitato per il monitoraggio sull’appropriata applicazione del decreto.

Noi abbiamo più di qualche dubbio su queste modalità a effetto che pretendono di risolvere problemi che affondano le loro radici ben più in profondità di quelli che sono gli aspetti tecnici delle emissioni inquinanti.

In Italia, ormai da più di 15 anni si prendono misure volte a favorire il ricambio del parco veicoli circolante. Tra queste le più conosciute sono gli incentivi alla rottamazione e il divieto di circolazione nei centri cittadini per i veicoli più inquinanti. L’unico risultato positivo ottenuto è stato quello del salvataggio di numerosi posti di lavoro nell’industria dell’auto e nell’indotto. Obiettivo tutt’altro che di poco conto ma che nulla c’entra con l’inquinamento e la vivibilità delle città.

L’India, rispetto all’Italia e agli altri paesi post-industrializzati, ha la peculiarità di avere un sistema di mobilità urbana ancora in gran parte organizzato intorno ai mezzi di trasporto collettivi. Se un quarto di questi viene tolto dalla circolazione una fetta della domanda di trasporto resterà disattesa dal mercato attuale. E chi penserà a soddisfarla? Per chi non ha sufficiente disponibilità economica la risposta non c’è, ma per gli altri c’è questo:

La Tata Nano sta per essere lanciata sul mercato indiano a un costo inferiore ai 2500 $, abbastanza poco per permettere al ceto medio di comprarsene una. Certo, gli standard di emissione sono sicuramente nella norma, ma quante ce ne vorranno per rimpiazzare il servizio offerto da 2500 autobus, 6000 taxi e 500 minibus, cioè un totale di meno di 10mila veicoli pubblici? Dieci volte tanto? O venti? O cinquanta?

Il presunto abbattimento delle emissioni giustificherebbe l’aumento della congestione su una rete stradale che già conta la presenza di 1000 autoveicoli al chilometro, dell’incidentalità, dell’insicurezza, delle disparità sociali, della spesa pubblica per i “miglioramenti” infrastrutturali (leggi allargamento di vecchie strade e costruzione di nuove) che porteranno a una maggiore dispersione urbana e conseguente aumento ulteriore della domanda di trasporto motorizzato privato?

I soldi che inevitabilmente sarà necessario spendere per affrontare tutte queste conseguenze della incipiente motorizzazione privata di massa in Bengala non sarebbero molto meglio spesi nel finanziamento di nuovi e migliori sistemi di trasporto pubblico?

Se vi suggeriamo questo ragionamento è perchè, fatti i debiti distinguo, pensiamo possa essere valido anche per l’Italia. A discolpa del subcontinente indiano il fatto di non avere ancora avuto la possibilità di accedere ai “benefici” dell’industrializzazione diffusa e alla società dei consumi. Ma noi ormai abbiamo abbondantemente toccato con mano pregi e difetti di tutta la faccenda. Sarebbe ora di trarne le dovute conclusioni.

Ovviamente da noi la Tata non c’entra…


Riferimenti:

IBNLive. http://ibnlive.in.com/news/finally-bengal-govt-drives-out-kolkatas-old-wheels/96692-3.html

Thaindian News, http://www.thaindian.com/newsportal/uncategorized/green-activist-kolkata_10073716.html

Calcutta su Wikipedia.it

Calcutta su Wikipedia.en

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