La Nuova Mobilità a nudo

Se non siete di larghissime vedute sui modi con i quali la gente dovrebbe spostarsi nella propria città, Nuova Mobilità probabilmente non è il posto che fa per voi. Adottiamo un approccio molto inclusivo, anche se molto esigente. E’ l’unico modo per andare avanti. Questo significa che ogni giorno può portare la sua discreta quota di sorprese, che arrivano senza preavviso dai posti e dalle persone più improbabili portando con sé il loro fardello di idee, considerazioni e valori. Guardate cosa abbiamo trovato nella posta di World Streets due giorni fa. Nuova Mobilità senza fronzoli.

Riflessioni sulla World Naked Bike Ride
di Charles Montgomery

Portland, 14 giugno 2009

A mezzanotte, nel piazzale della ferrovia di northwest Portland, un ensemble di tamburi comincia a simulare un tonante motore a vapore. I branchi di ciclisti, come banchi di pesci, scivolano fuori delle loro tane. I loro occhi e i loro mezzi riflettono la luminescenza dei lampioni. La pelle di cinquemila corpi nudi brilla pallida nella notte. Qualcuno indossa delle scarpe. Qualcun altro addirittura dei caschi. Ma nella maggior parte dei casi si vedono culi nudi danzare nella luce bassa e complice, e anche seni, e peni umiliati dalla fredda brezzolina notturna.

Io e i miei amici pensavamo che sarebbe stato affascinante assistere alla World Naked Bike Ride. Ma non avevamo nessuna intenzione di aderirvi. Ma come si può assistere allo spettacolo di migliaia di persone bellissime che cantano, urlano e strombazzano, evidentemente su di giri, esaltati non solo dalla propria nudità, ma anche dall’inaspettato shock di libertà e cameratismo che questa regala – come potete pensare di muovervi dentro un clima del genere senza sentirvi costretti a liberarvi dei vostri vestiti, nascondendoli sotto il trifoglio che costeggia la strada, e ad unirvi alla pedalata?

La ragione viene meno. Mi tolgo pecorescamente i jeans, poi la camicia, la canottiera, i calzini. Mi fermerei qui, ma Omar si toglie tutto tranne le scarpe e anche Cristina, una giovane donna che ho assunto solo un mese fa come assistente ricercatrice, si spoglia completamente e nonostante mi senta terrorizzato dall’intimità assolutamente non professionale che implica lo stare con le natiche all’aria, tutta la biancheria intima comincia a staccarsi dai corpi che mi circondano, e infine si stacca anche la mia. Mi tengo la cintura intorno all’addome e vi appendo qualche lungo ramo di trifoglio, nella goffa simulazione di una gonna.

Ci uniamo ad un flusso di migliaia di pedalatori e uscendo dal distretto industriale passiamo davanti ai tamburi tuonanti, sopra i binari, sotto l’autostrada. Dopo qualche piccolo scontro a bassa velocità, troviamo la coordinazione giusta per continuare a sfiorarci a vicenda mentre ondeggiamo tra strettoie e curve ad angolo retto.

Siamo 3, 4, 5mila e il rosso occhieggiare delle luci posteriori scorre come un fiume davanti a noi, spandendosi nei canyon cittadini, mentre una lunghissima coda bianca e luminescente è alle nostre spalle.

Mi ritrovo a rimbalzare sulla mia sospensione anteriore come un ragazzino. Ondeggio di anche. Non pensavo di essere un tipo del genere. Ma cazzo, ondeggio, strombazzo e guaisco – tutti lo fanno – mentre passiamo davanti a bar e ristoranti uno dietro l’altro.


I frequentatori del sabato sera dei bar di Portland si sono riversati fuori per guardarci. Sono tutti allineati lungo il margine della strada come se fossimo una parata. Sembra normale. Dopo tutto non si vedono tutti i giorni alcune migliaia di persone pedalare nude giù per il Burnside. Ma questa gente va oltre. Ci salutano. Alzano i pugni in aria e urlano con noi. Ci affiancano mentre pedaliamo e a mani aperte ci chiedono di dargli il cinque. Perché? Non saprei dirlo. Sono evidentemente sorpresi, per lo più piacevolmente, dello spettacolo e della rottura degli schemi, ma c’è qualcosa in più nel loro entusiasmo. Danno l’impressione di volersi unire a noi.

Naturalmente c’è una componente politica nella World Naked Bike Ride. Cominciò nel 2004 come protesta contro il dominio incontrastato dell’auto nelle strade urbane. La nudità dei ciclisti voleva essere un riferimento poetico all’”indecente” esposizione della società alle infauste conseguenze della cultura dell’auto. Era una metafora della loro vulnerabilità sulle strade e naturalmente anche un modo per dare al messaggio anti-idrocarburi un posto in prima pagina.

A Portland i ciclisti nudi parlano sinceramente di una città diversa, una città dove le vie possano essere tolte alle auto e rese più sicure per tutti. Questa è gente che si è prestata volontariamente ad aiutare degli estranei a traslocare con i loro trailer attaccati alle biciclette, solo per far vedere che è una cosa possibile. Hanno dipinto piazze e muri agli incroci dei quartieri nel tentativo di aggiudicarsi una piccola parte di spazio asfaltato. Hanno saldato insieme più telai per costruire enormi aggeggi giraffiformi in modo da poter vedere oltre i tetti dei SUV mentre scorrazzano per le strade. Sono sicuri che le loro bici possono salvare il mondo dalla guerra e dal cambiamento climatico e dalla rapacità del capitalismo consumista. Urlano “less gas, more ass” (meno benzina, più culo) mentre passano pedalando e noi ci siamo uniti a loro come se fosse il ritornello di un inno religioso o di una marcia per banda di paese.

E adesso siamo qui, pedalando insieme nel centro città, e la folla dei bar delimita il bordo stradale, e la gente ci porge il bicchiere in modo che noi possiamo sorseggiarne la birra microfiltrata, e alcuni di loro sono così sopraffatti dalla sorpresa che si sbottonano davvero la cintura lasciando cadere pantaloni e mutande.

Stanno là, in piedi, sogghigno dipinto in faccia, birra salda nella mano e braghe arrotolate alle caviglie, urlando una strana solidarietà. Un tizio si immedesima al punto di togliersi tutti i vestiti e correre a lato delle nostre bici, giù per la strada, finché non collassa per la stanchezza. Le donne si levano i top in un gesto identico per tutte, mani in alto, la luce blu dei loro cellulari che ondeggia avanti e indietro sopra le loro teste.

Mi sento come uno strano tipo di eroe e entro in contatto con quella folla come se con il tocco della mia mano passassi una specie di benedizione, un dono, una certezza: Sì, questo sta davvero succedendo. Sì, tu ne sei parte. Sì la città è molto più selvaggia e molto più piena di meraviglia di quanto tu pensassi quando questa sera sei uscito di casa.

Quando la polizia ci raggiunge, le luci delle volanti lampeggiano rosse e blu, ma non mostrano nessun interesse all’idea di arrestarci. Anticipano il nostro percorso, e parcheggiano agli incroci in modo da bloccare il traffico che ci può attraversare la strada. E ridono: grasse, generose, profonde risate.

La Naked Bike Ride è così oltraggiosa e ostentatamente frivola che si sarebbe tentati di accettarla come niente più di un divertentissimo gesto di stramberia circense. Ma ci si sbaglierebbe.

Lo ho capito quando un gruppo di noi è schizzato attraverso la folla dei curiosi nel centro storico di Portland per dirigersi sul ponte di Burnside. Mi rendo conto che per quasi tutto il giorno la maggior parte della superficie di quell’elegante pezzo di architettura, cinque delle sue sei corsie, è off-limits per tutti tranne che per chi occupa un veicolo mosso da un motore a combustione interna. Un posto meravigliosamente pericoloso, proprio come molte strade della città. Difficilmente ci interroghiamo su certe tragedie, semplicemente perché non riusciamo a immaginare le nostre città che possano funzionare in una maniera diversa da quella che abbiamo visto fin da bambini.

Ma quando tu e i tuoi amici vi trovate a zigzagare pedalando – volando, verrebbe da dire – sulla sua ampia e liscia superficie, il ponte assume le sembianze di una rampa di lancio per le stelle. E dato che non sei più la persona che eri solo un’ora fa, la tua mente prende il volo per davvero e cominci a immaginare che il ponte, le rampe di accesso, i viali,le strade, tutta la rete stradale, tutti i luoghi asfaltati che la città ha perso possano essere riconquistati e trasformati. Possono liberarsi delle vecchie abitudini altrettanto facilmente di come tu ti sei liberato dei vestiti. E qualcosa che per lungo tempo è stato assolutamente impensabile, adesso sembra possibile. La città può cambiare.

E’ una sensazione magnifica, per niente delirante. Mentre ci disperdiamo nella notte ci ripromettiamo di tenercela stretta.

Charles Montgomery è uno scrittore e fotografo che racconta storie sulle persone, sulle città, sulla scienza e sui miti. Il suo prossimo libro, Happy City, è un indagine su come questa scienza sta venendo utilizzata per rimarginare le ferite delle città in America e in tutto il mondo. Potete andarlo a trovare su
www.charlesmontgomery.ca

 

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