Il ciclista invisibile: la giustizia nei trasporti.

Giustizia sociale e trasporti: un’accoppiata che in Italia emerge solo quando si cerca di limitare l’uso del mezzo di trasporto più iniquo che c’è, spesso paradossalmente utilizzata a difesa dello status quo. Ma questa associazione ha risvolti molto più profondi e complessi che mettono in discussione parecchi luoghi comuni consolidati nella nostra cultura. Il conflitto, o quanto meno la non collaborazione, che c’è negli Stati Uniti tra associazioni a difesa dei ciclisti e quelle della giustizia dei trasporti ricorda un po’ il correre su binari paralleli delle nostrane realtà di promozione della bicicletta e delle lobbies dei pendolari. Forse anche da noi c’è una questione sociale soggiacente a questo reciproco ignorarsi (che, va detto, registra anche delle lodevoli eccezioni)? Da quali gruppi sociali provengono i ciclisti più attivi nella difesa dei loro diritti? Da quali quelli dei pendolari? E fino a che punto entrambi questi gruppi sono in grado di interpretare le esigenze della popolazione che dicono di rappresentare?

di Julian Agyeman  and Steve Zavestoski

Il movimento per la giustizia nei trasporti in USA richiama la questione del finanziamento governativo a modalità di spostamento che tendono a favorire principalmente pendolari bianchi e benestanti e si batte per ottenere migliori condizioni dei trasporti pubblici e vie più sicure per i poveri e la gente di colore. Questa popolazione di ciclisti è in gran parte ignorata, non contabilizzata e non rappresentata. Detto semplicemente si tratta di ciclisti invisibili. In molti casi questi ciclisti invisibili sono tra i membri delle organizzazioni che si occupano di giustizia nei trasporti, ma solo nella misura in cui sono persone povere di colore. Come ciclisti, restano spesso invisibili.

Recentemente Steve si stava preparando per tenere un corso nel quali gli studenti avrebbero dovuto sviluppare un piano della ciclabilità per l’università di San Francisco, così cominciò a esplorare gli ambiti di intervento che la classe avrebbe dovuto comprendere al fine di collocare questo piano nel più ampio contesto della promozione del ciclismo e della cultura ciclistica emergente da ogni angolo di San Francisco.

Formatosi come sociologo dell’ambiente, e lavorando presso un’università che prende seriamente i suoi obiettivi di giustizia sociale, Steve sapeva che la giustizia nei trasporti rappresentava un tema che la classe avrebbe dovuta analizzare. Così si buttò a studiare la letteratura sul movimento per la giustizia nei trasporti e i siti web dei principali movimenti per la giustizia ambientale che si battevano anche per la giustizia nei trasporti. Trovò pochissimi riferimenti al ruolo della bicicletta in questo campo.

Julian partì da una prospettiva leggermente diversa. Formatosi in politiche geografiche e ambientali, stava interessandosi alle strade urbane come lo spazio con il quale la maggior parte della gente interagisce quotidianamente. Iniziò a concepire le strade come uno spazio conteso, come luoghi nel quale i diritti venivano concessi molto spesso in base alle dimensioni del vostro veicolo. Il suo crescente interesse verso la “giustizia spaziale e le strade” lo portò a rendersi conto che la democratizzazione delle strade deve diventare un obiettivo prioritario se vogliamo trasformare in senso sostenibile le nostre città. Julian e Steve si incontrarono grazie ai loro interessi in comune e questo blog è la conseguenza del loro incontro.

Abbiamo notato che le principali realtà che sostengono il ciclismo sembrano prestare poca attenzione al lavoro dei difensori della giustizia nei trasporti, a parte alcune rare eccezioni. Ancora più significativo il fatto che alcune grandi organizzazioni ciclistiche cominciano a venire criticate per quella che sembra essere una loro distorsione preferenziale verso le infrastrutture ciclabili al servizio di ciclisti urbani bianchi di classe media.

Per esempio, il fondatore dell’African American Pioneers Bicycle Club, Oboi Reed, ha criticato la città di Chicago in un articolo del New York Times. Secondo Reed “La parte del leone dei 150 milioni di dollari del piano della ciclabilità andranno ai quartieri più benestanti del centro e a quelli della North Side – mentre i quartieri meridionali e occidentali vedranno solo le briciole”. A New York una ricerca compiuta da studenti dell’Urban Affairs and Planning Program at Hunter College è arrivata alla conclusione che “le aree tradizionalmente mal servite al di fuori del centro di Manhattan e di Brooklyn hanno infrastrutture ciclistiche inadeguate. Queste zone sono caratterizzate da un alto numero di ciclisti e residenti di colore e di recente immigrazione”.

Quindi ci siamo rivolti verso la blogosfera ciclistica per vedere chi discuteva delle contaminazioni tra promozione del ciclismo, questioni razziali e  di classi sociali per capire cosa si diceva in proposito. Le corsie ciclabili sono un’autostrada verso la gentrificazione? (1) su  shareable.net descriveva un acceso dibattito in corso a Portland, Oregon sulla proposta di cambiamenti nella viabilità per migliorare la sicurezza ciclistica lungo N. Williams Ave. Donna Maxey prova a spiegare la frustrazione della gente di colore nei confronti del lavoro di promozione della ciclabilità:

“Alla radice della nostra rabbia c’è il fatto che i problemi relativi alla sicurezza emergono solo ora che i bianchi cominciano a girare in bici e a piedi. Abbiamo vissuto in questi quartieri per anni e questo non è mai stato considerato un problema fino a poco tempo fa. Questo è il motivo per il quale vedete questo risentimento… anni passati a sentirsi dire che non contiamo, non importiamo… ma oggi che ci sono nuovi abitanti che sembrano più vicini alle leve del potere, oggi queste cose sono importanti. La rabbia è per questo. E’ questo che fa male.”

Un recente commento su StreetsBlog su un post intitolato  “On Gentrification and Cycling,” va al cuore del problema:

Come persona di colore che si impegna per ottenere più corsie ciclabili in aree a basso reddito di Los Angeles … dico che è ormai tempo che la lobby ciclistica pesantemente dominata da bianchi inconsapevoli dei principi della giustizia sociale faccia un passo indietro chiedendosi come includere maggiormente persone più marginali, povere e di colore nella loro lotta”.

Tutti questi interventi rimandano a un aspetto del problema apparentemente ignorato sia dai sostenitori della ciclabilità che dai movimenti per la giustizia nei trasporti. Questa popolazione di ciclisti è spesso ampiamente ignorata, sottostimata e sottorappresentata. Si tratta di ciclisti invisibili.

I – continua

Articolo originale:  The Invisible Cyclist: Transportation Justice

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About the authors:

Julian Agyeman:
Julian è un pedone che vive senz’auto, Docente al  Department of Urban and Environmental Policy and Planning(UEP) della  Tufts University, Medford-Boston, MA, è tra i fondatori del Local Environment: The International Journal of Justice and Sustainability. “La mia esperienza e i miei attuali interessi di ricercatore esplorano criticamente gli aspetti delle complesse e intrecciate relazioni tra gli uomini e l’ambiente, sia che siano mediate dalle istituzioni che da movimenti sociali, e gli effetti di queste sulle politiche di pianificazione pubblica e sui loro risultati, con particolare attenzione alle tematiche della giustizia e dell’equità sociale”.

Steve Zavestoski

Professore associato presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di San Francisco. Laureato a Notre Dame e alla Washington State University insegna Sociologia Ambientale. Le sue ricerche si sono occupate di movimenti sociali, sociologia della salute e della malattia e di sociologia ambientale. Attualmente il suo interesse è rivolto alle strategie che utilizzano le persone malate per dimostrare che le loro condizioni sono causate da contaminazioni ambientali. Il suo lavoro si occupa anche di come i cittadini si coinvolgono nei processi scientifici e politici per indirizzare i programmi di ricerca e i progetti politici.

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